Un contributo che abbiamo ricevuto e che divulghiamo integralmente, con grande piacere.
Ero allo Stadio Italia di Massafra molto prima del fischio d’inizio, quando le gradinate cominciavano appena a colorarsi di rossoblù e l’aria aveva quella luce invernale chiara che rende tutto più nitido, anche le emozioni. Sentivo che non era il nostro Iacovone, ma da mesi questo impianto “prestato” è diventato la nostra casa provvisoria, il luogo in cui continuiamo a portare la nostra identità di tarantini lontano dal cantiere del nuovo stadio.
Quando ho visto entrare in campo i ragazzi della Virtus Mola, ho capito subito che per loro sarebbe stata una salita ripida. Molti erano giovanissimi, under chiamati a reggere l’impatto con una piazza calda e una squadra che veniva da giornate importanti, tra campionato e Coppa Italia di Eccellenza. Lo si leggeva nei loro volti: rispetto, un po’ di timore, ma anche la volontà di non tirarsi indietro.
La partita è scivolata presto in una direzione chiara. Il Taranto attaccava, costruiva, trovava gol con continuità, mentre il Mola provava come poteva a restare in piedi. Ogni rete era un boato, ma non c’era cattiveria, non c’era scherno: per la prima volta dopo un periodo complicato, sentivo lo stadio respirare all’unisono con la squadra, come se quel 9-0 servisse più a guarire ferite nostre che a ferire l’avversario.
Eppure, il momento che non dimenticherò non è legato a nessuno dei gol. È arrivato alla fine, quando l’arbitro ha fischiato il termine e, istintivamente, i ragazzi del Mola hanno abbassato lo sguardo, quasi pronti a sparire negli spogliatoi dopo una sconfitta così pesante. Proprio allora dagli spalti si è alzato un segnale.
Li ho visti esitare per un istante, come a chiedersi se fosse uno scherzo. Poi hanno cominciato ad avvicinarsi, piano, in gruppo, con la timidezza di chi teme di andare incontro a un giudizio duro. Invece, appena sono arrivati, lo stadio ha iniziato ad applaudire. Forte, lungo, convinto. Non un applauso di circostanza, ma il riconoscimento sincero di chi ha visto quei ragazzi lottare fino alla fine, nonostante tutto.
In quel momento ho provato un orgoglio difficile da spiegare. Non solo per il risultato, ma per il messaggio che stavamo mandando: si può perdere 9-0 ed essere comunque rispettati; si può vincere 9-0 senza umiliare nessuno. Più tardi ho letto le parole della Virtus Mola che ringraziavano pubblicamente il Taranto e i suoi tifosi per l’accoglienza e per il gesto di sportività verso i loro giovani calciatori, definito un segno che onora i valori più autentici dello sport, e mi sono reso conto che, da dentro lo stadio, avevamo percepito la stessa cosa.
Mentre uscivo dallo Stadio Italia, tra sciarpe arrotolate e voci ancora calde, ho pensato a quante volte, negli ultimi mesi, ai tifosi del Taranto sono state vietate trasferte in nome della sicurezza, cancellando in blocco la possibilità di vivere il calcio in modo sano e responsabile. Eppure, la scena di quei ragazzi del Mola applauditi da un’intera tifoseria raccontava l’esatto opposto dell’immagine di tifoseria “pericolosa”: raccontava una comunità capace di educazione, stile, identità.
Se un giorno qualcuno mi chiederà che cos’è, per me, il calcio vero, gli racconterò di quel pomeriggio a Massafra, di una tifoseria che chiama sotto di sé i ragazzi che hanno perso 9-0 e decide che, prima di tutto, sono ragazzi da applaudire

