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I primi 31 anni del Gruppo Zuffa

La società in cui viviamo, i costumi e il mondo del calcio stanno mutando rapidamente, allo scorrere dei decenni. Nati come minoranza resistente nel periodo di uno sfrenato e ingenuo ottimismo dei più, dell’ordine repressivo come ragion di Stato, gli ultras hanno attraversato lustri pesanti come ere, tentando di rimanere fedeli ai propri princìpi. Non è comune assistere a storie di militanza longeva, a collettivi capaci di adeguarsi ai tempi, ai nuovi modelli di tifo e, perché no, al nuovo scenario politico. Taranto va in controtendenza e, tra le altre esperienze, i 31 anni del Gruppo Zuffa sono qui a dimostrarlo. Buon compleanno, ultras.

Riportiamo di seguito l’interessante intervista raccolta da Fabio Mitidieri e Fabrizio Giannico in occasione del trentennale del Gruppo, celebrato lo scorso anno, pubblicata su Sport People (link all’articolo)

È un periodo di ricorrenze nella Curva Nord di Taranto. Negli ultimi due anni si è festeggiato il 40esimo anniversario degli Ultrapaz, altri gruppi come lo Psyko ed il Krazy hanno soffiato sulle candeline dei 30 anni ed ora tocca al Gruppo Zuffa che proprio quest’anno celebra i 30 anni di vita. Credo non sia facile, oggi, riuscire ad arrivare a traguardi di tale longevità: ci vuole impegno, passione e tanta, tanta forza di volontà per riuscire a sopravvivere ad una realtà che cerca costantemente di abbattere quella che resta la vera essenza del calcio, ovvero la sua anima popolare e la sua tendenza aggregativa.

Come già avvenuto lo scorso anno con gli Ultrapaz, cerchiamo di racchiudere in qualche pagina di racconti, aneddoti e curiosità, la storia del Gruppo Zuffa di Taranto.

Quando si parla di Gruppo Zuffa, la prima persona a cui si pensa è Francesco Carrino, per tutti Ciccio. Prima di parlare della storia del gruppo, di come è nato e cresciuto negli anni, di ciò che pensano i ragazzi, è d’obbligo un ricordo di una delle figure per voi più importanti.

La prima cosa che mi viene da pensare – esordisce così uno dei fondatori del Gruppo, nonché amico d’infanzia dello stesso Francesco – è che tantissimi ragazzi qui presenti non l’hanno conosciuto. Francesco, è inutile fare troppi giri di parole, era un leader. Leader ci nasci e lui è stata la vera forza di questo gruppo. In costante lotta con la sua timidezza che poco aveva a che fare con il suo atteggiamento allo stadio o in trasferta, caratteristica che con gli anni è riuscito a gestire e dominare totalmente. Aveva un modo di fare che riusciva a coinvolgerti, a renderti partecipe, era il collante del Gruppo Zuffa. La parola finale nel gruppo era la sua, ma non perché fosse sempre quella giusta o che pretendeva di imporre sugli altri, ma perché dopo aver ascoltato tutti riusciva a mettere d’accordo tutti. Ciccio questo gruppo lo ha fondato, lo ha portato avanti negli anni, è stato presente nei momenti bui ed ovviamente nei momenti di massimo splendore.

La discussione e il ricordo si allargano a tanti altri fra i presenti che lo hanno conosciuto: il ricordo che Francesco ci ha lasciato è senza dubbio suddiviso in due idee, “la linea Ultras” e la “coerenza”. Con “linea Ultras” intendo il suo insegnamento che non era vivere alla giornata ma creare un percorso e seguirlo. Se siamo arrivati al traguardo dei trent’anni è sicuramente perché abbiamo progettato il nostro cammino e ci siamo dati delle regole che ci hanno portato, non senza difficoltà, a festeggiare questa importante ricorrenza. La coerenza invece è stata quella di riuscire a portare avanti le idee e i progetti di allora insegnandoli a chi nel tempo si è affiancato a noi, entrando a far parte del Gruppo, cercando anche di portare la nostra testimonianza al resto del panorama Ultras, nonostante le categorie inferiori in cui spesso abbiamo giocato.

Altri esponenti ricordano Francesco: effettivamente è proprio così, era davvero un leader. Ricordo che alle riunioni della Curva tutti i gruppi ascoltavano le sue parole e molto spesso condividevano ed  accettavano quanto detto. Un’altra sua importantissima caratteristica era quella di frequentarci anche al di fuori dello stadio: passavamo insieme quasi tutte le serate, molto spesso anche le festività, perché lo stare insieme era, e lo è tutt’oggi, momento di profonda conoscenza di ognuno di noi.

I presenti continuano a parlare di Francesco, ricordando momenti ed aneddoti: uno dei ricordi più forti di Francesco è il dopo Taranto-Massese, a seguito della morte di Gabriele Sandri. Fu un momento davvero duro per tutta la Curva: noi, come tanti altri gruppi, fummo colpiti direttamente dagli arresti, dalle diffide e dalle repressione che, per forza di cose, aumentò successivamente a quegli eventi. Ricordo bene, e mi segnò particolarmente, la calma (apparente) con cui Francesco visse quei momenti e come riuscì a gestire e far vivere al Gruppo una situazione particolarmente dura, che vide ben tre appartenenti arrestati.

Cosa è cambiato dalla scomparsa di Ciccio?

Non nascondiamo che è stato un momento difficile, molto difficile per il Gruppo. Dopo lo sbandamento iniziale e lo sconforto che ha colpito tutti noi, ci siamo visti e abbiamo discusso più volte arrivando anche a pensare di sciogliersi. Poi però, dopo gli innumerevoli incontri e per tanti motivi che abbiamo ritenuto validi, ragionando e valutando sui tanti errori e sulle altrettante cose fatte bene, la scelta è stata quella di proseguire arrivando oggi a festeggiare, orgogliosamente, i nostri primi trent’anni di storia.

C’è da dire inoltre che Ciccio ci ha lasciato in un tempo non troppo remoto e si è trovato comunque già nel  calcio cosiddetto “moderno”, un calcio in cui erano già presenti tutte le problematiche nelle quali oggi viviamo. Lui nel suo ultimo periodo si è trovato all’apice della lotta alla repressione, le nuove leggi e tutto quello che ha messo in difficoltà il mondo ultras. Per come era caratterialmente Ciccio, sarebbe stato fino alla fine un osso duro in questa contrapposizione e noi crediamo di aver proseguito sulla linea che anche lui avrebbe seguito. Questo è per noi il miglior modo di ricordarlo.

Estate 1989, il Taranto è appena retrocesso e pertanto l’umore dei tifosi non è sicuramente ai massimi livelli. La Curva Nord vive un periodo molto particolare. Il Kollettivo Alkooliko, sicuramente tra i gruppi più rappresentativi tra quelli che nel corso della storia hanno affollato i gradoni della curva,  dopo diverse annate di energia ed adrenalina pura, in cui aveva fatto conoscere il proprio nome e quello dell’intera tifoseria in giro per l’Italia, inizia lentamente a defilarsi. Perché si decise di formare un nuovo gruppo, cosa successe il 28 luglio di quell’estate?

Noi eravamo un gruppo di amici, venivamo da estrazioni sociali diverse, ci frequentavamo perché andavamo a scuola insieme. Ognuno di noi conosceva le famiglie degli altri, tutti frequentavamo la Curva Nord, la vivevamo già appieno nonostante la nostra giovane età e ci affascinava il mondo ultras. La Nord già in quegli anni aveva già scritto belle pagine e quella tarantina aveva già la nomea di tifoseria calda ma anche violenta. Parliamo di esperienze ed episodi vissuti in tanti campionati di serie B, da ultimo nella stagione ’88/89 giocato con squadre del calibro di Genoa, Parma, Udinese, Lazio, Brescia, Bari, Lecce e tantissime altre piazze Ultras di un certo spessore.

Avevamo una mente aperta sul fenomeno Ultras, facevamo corrispondenza con esponenti Ultras di altre città, scambiavamo, oltre al materiale, idee ed opinioni e pertanto riuscivamo a confrontarci anche con realtà diverse dalla nostra. Spesso eravamo in giro ad osservare, dal vivo, altre tifoserie. Quando ritenemmo di essere maturi e pronti a fare questo passo, ci presentammo agli esponenti del Kollettivo Alkooliko per proporre la nostra idea; ci conoscevano molto bene e non fu affatto difficile ottenere il loro consenso, così iniziammo a pensare a quello che doveva essere il nome, ad improntare e preparare subito il nostro striscione e tutto quello che poteva essere utile per fare il nostro ingresso nella Curva Nord. Sul nome avevamo le idee davvero molto confuse, cercavamo di prendere spunto dalle grosse realtà italiane, ma volevamo distinguerci. In quel periodo, oltre a nomi oramai diffusi quali “Ultras”, “Brigate”, “Commando”, ecc. iniziavano a vedersi  i vari “Gruppo…” e noi, che proprio quello eravamo, un Gruppo di amici, decidemmo di far ricadere la scelta su questo stile di denominazione… Sì, ma come chiamarci? Volevamo utilizzare un terminologia forte, tra le varie ipotesi c’era quella di “Gruppo Molotov”: ma dove dovevamo andare??? Nong’ avess’m trasut mangh a prim’ partit’ ‘n gas! – Che tradotto dal tarantino strettissimo sta per “Non saremmo neanche entrati alla prima partita casalinga con quello striscione”. A questo aneddoto che i più grandi del Gruppo ovviamente già conoscevano, c’è stata una risata generale dei più giovani che ha spezzato quel silenzio, che sino a quel momento aveva contraddistinto questo inizio di chiacchierata, piena di curiosità e voglia di conoscere particolari risalenti, per diversi presenti, a periodi antecedenti alla loro nascita.

Alla fine, dopo diversi incontri e tante ipotesi, ci rifacemmo al termine “zuffa” che era sempre presente negli articoli di giornale e nei servizi dei TG, quando si parlava degli episodi di cronaca di stadio in cui venivano raccontati gli incidenti tra opposte tifoserie. E così fu. La sera del 28 luglio 1989 nacque il Gruppo Zuffa.

In quel periodo nacquero diversi gruppi e noi, come anche gli altri, non ci aggregammo a quelli già esistenti perché tanta era la voglia di creare qualcosa di nostro, identificarsi sotto uno stesso nome, volerlo far crescere, riuscire a portare avanti le nostre idee. La linea dettata dal Kollettivo e poi seguita da diversi gruppi, è stata sicuramente quella che anche noi abbiamo voluto proseguire, pur tuttavia volendo intraprendere un percorso tutto nostro. La caratteristica che da subito ci ha identificati, e lo dico davvero con orgoglio, è stata l’originalità, con particolare attenzione al materiale. Allora, come ancora oggi, passiamo giornate intere a discutere sulla composizione, sui particolari o sul colore di un adesivo, di una sciarpa o di qualsiasi altro materiale creiamo. A Taranto siamo stati i primi a creare una sciarpa in lana inglese, i primi a creare una sciarpa a bande, ad inventare adesivi diversi dagli altri. Ci piace poi scrivere i nostri pensieri da divulgare su striscioni con frasi ad effetto, abbiamo sempre voluto essere innovativi.

A tutti colpì, immediatamente, l’uso al centro delle striscione casalingo del simbolo noto come Frank Cirrosi, già logo storico dei ragazzi del K.A., come mai questa scelta?

Tutti seguivamo il K.A. Essendo anche loro amici, decidemmo di proporre, ottenendo il loro consenso, l’utilizzo di quel simbolo, il mitico Frank Cirrosi. Volevamo, e speriamo di esserci riusciti, far continuare a vivere il Frank e quel progetto che il Kollettivo aveva iniziato. A quel punto iniziammo a preparare gli striscioni, non c’erano misure da rispettare, all’epoca ci si posizionava ovunque si trovasse posto. Così preparammo il nostro “15 metri”, per la partite casalinghe ed un paio di più piccoli per le trasferte, tutti rigorosamente fatti a mano. Il primo fu preparato nella casa estiva di uno di noi, ma nonostante le precauzione prese, l’inesperienza ci fece rovinare un parquet, non ti dico cosa successe dopo con i genitori: oggi ridiamo ma all’epoca ci volevano massacrare. Gli altri, invece, li preparammo per strada nei nostri abituali posti di ritrovo.

I primi anni del Gruppo, sono coincisi con la promozione in serie B della stagione 89-90 e con delle belle stagioni nella serie cadetta in cui il gruppo è risultato presente in tantissime trasferte: come sono state quelle iniziali esperienze vissute confrontandosi con realtà e con piazze molto importanti?

Il primo anno, quello della promozione in serie B, per noi fu quello dell’assestamento. Eravamo appena nati e benché già presenti e con un buon bagaglio di esperienze, le dinamiche cambiavano con l’organizzazione del Gruppo: adesso avevamo un nostro striscione da appendere e da difendere. Negli anni dopo, quelli di Serie B prima del fallimento, intorno al Taranto c’era il consueto entusiasmo: andavi a Bologna, dove gli anni prima avevamo visto attaccare gli striscioni delle più grosse piazze di serie A, e ti presentavi in 1.500 riuscendo ad entrare sulla pista ed appendere striscioni e bandiere rendendoti conto di avere di fronte, senza ovviamente temere nessuno ma con il giusto rispetto, una piazza importante.

Erano anni di derby, quello della rottura del gemellaggio a Lecce, quelli più sentiti col Bari, tutte esperienze che ci hanno formato ed insegnato tanto. Ogni quindici giorni c’era da andare a Piacenza, Udine, Modena, Parma, Cremona e noi eravamo tutti ragazzi senza troppe monete. Bisognava organizzarsi, così ci mettevamo d’accordo e ogni trasferta partiva, a seconda delle disponibilità del momento, qualcuno con lo striscione. Le trasferte al nord, quelle delle nottate sui treni, quelle in cui ogni volta scoppiava qualche scontro alla stazione di Bologna, crocevia di Ultras di tutta Italia, quelle della condivisione anche di una bottiglietta d’acqua o di un panino “recuperato”, quelle dell’”odore” degli scompartimenti al ritorno il lunedì mattina, quelle delle tantissime risate e dormite fatte sui portapacchi o a terra nei corridoi, quelle dei controllori che pretendevano il biglietto che ovviamente nessuno aveva. Difficile spiegare quelle emozioni, quelle sensazioni che oggi ci portiamo nel bagaglio di ricordi che ci fanno ancora amare questo nostro mondo. E che gioia vedere a 90° minuto nelle inquadrature dei servizi, il nostro G.Z.

Ma forse il ricordo più bello di quegli anni è quello legato allo spareggio di Ascoli contro la Casertana: due treni speciali, una infinità di auto e pullman, il corteo per entrare allo stadio, la curva stracolma, le decine e decine di torce e fumogeni accesi. Uno spettacolo, davvero uno spettacolo che per fortuna ci vide vincitori anche sul campo e conquistammo la permanenza in quello che, all’epoca nessuno lo avrebbe mai immaginato, sarebbe stato il nostro ultimo campionato di serie B.

Al termine della stagione ’92-93 la storica società Taranto F.C. fallisce. Il colpo subito dalla tifoseria è forte, diversi ragazzi e gruppi si allontano per i più svariati motivi, cosa accade esattamente in quel particolare periodo storico del mondo Ultras tarantino? E il gruppo come vive questi momenti in cui si passa dal girare stadi blasonati e vivere derby infuocati, a partite in campi in cui spesso mancano le stesse tifoserie organizzate?

La stagione ’92-93 fu una di quelle in cui il fenomeno Ultras era davvero ad altissimi livelli. Nella nostra realtà era da poco iniziata la consapevolezza che, in trasferta, non bastava essere presenti e, se magari negli anni passati tra un’ubriacata ed un sabato sera passato “divertendoti” in giro, la domenica presenziavi le trasferte scordandoti lo striscione a casa, da quel periodo storico, queste “mancanze” non dovevano più accadere.

Ricordiamo quel campionato come l’ultimo in serie B, affrontammo trasferte difficili con una posizione di campionato pessima. Ci furono tre derby con il Bari con il famoso “Della Merda Seguaci” esposto al San Nicola, dove ci presentammo in massa; il derby con il Lecce con il furto dello striscione “Fossa” e l’ultimo con l’Andria, derby minore per noi,  in cui ci furono non pochi casini. Ricordiamo con orgoglio, la presenza all’Olimpico contro la Roma in Coppa Italia, scenario per noi di livello superiore. Una buona stagione insomma, peccato che sia finita col fallimento.

La botta fu forte, passammo delle trasferte nazionali a quelli regionali. Il blasone che all’epoca ci portavamo dietro era molto pesante: lì ci accorgemmo che le piccole realtà della provincia barese, leccese o comunque dei piccoli stadi in cui iniziammo a giocare, speravano di fare i “numeri” con noi. Non credevamo di essere odiati così tanto. Una delle constatazioni fu che non incontravamo più gruppi ultras, ma abitanti di paesi interi e dovevamo gestire la situazione con non poca difficoltà. Ogni nostra trasferta, per le tifoserie che ci ospitavano, era la giornata storica in cui provare a fare notizia sfidando i tarantini. Ma nonostante lo smembramento della curva che non digerì affatto quel fallimento, crediamo che proprio quello fu il periodo di una nuova rinascita degli Ultras a Taranto. Tanti ragazzi che iniziavano ad affacciarsi nel mondo Ultras approfittarono, con ogni merito, di questo momento di mancanza di un gruppo leader per iniziare un proprio percorso. Ogni domenica i campi che ci ospitavano, le cui capienze spesso non superavano le mille unità, erano stracolmi e dovevi davvero fare attenzione ad ognuno dei presenti che vedeva in te qualcuno da sfidare e sconfiggere. A Taranto si presentavano tifoserie di ogni paese, non solo realtà Ultras ma anche tifoserie formate da famiglie che volevano entrare in quello che, inutile nasconderlo, era e crediamo sia tutt’oggi uno stadio che merita di essere visitato.

Con la promozione in C2, arrivarono alcune trasferte di peso, Catanzaro, Barletta e Catania dove prese il via un’accesa rivalità fatta di scontri, sassaiole, qualche arresto e diffide, ma si tornò irreparabilmente alla dura e triste realtà dei dilettanti. In quegli anni ideammo un “Giornalino” settimanale distribuito gratuitamente sotto la nostra balconata, su cui erano riportate le decisioni del gruppo, si davano indicazione sulle trasferte, sul materiale e si dedicava un po’ di spazio alle realtà Ultras che avremmo dovuto incontrare. Fu un modo per riportare in sintonia la realtà tarantina con la scena Ultras che contava.

Come è cambiato il gruppo in questo trentennio di vita? Episodi e aneddoti rilevanti?

 Gli anni sono passati e noi siamo sempre stati sul pezzo. Non saltavamo una sola trasferta. Nel frattempo la nuova generazione continuava a crescere facendo esperienza, hanno iniziato a seguirci ragazzi che ancora oggi, dopo oltre vent’anni, sono presenti. La gente di passaggio è stata tanta ma comunque tutti hanno lasciato qualcosa al Gruppo ed il fatto di vedere tanti ragazzi stasera, vuol dire che abbiamo seminato bene.

Per raccontare giusto un paio di episodi, tra i tanti che hanno contraddistinto questi anni: alla fine degli anni ’90 non avevamo un posto dove incontrarci, per cui quelli che allora erano i giovani del gruppo mettevano a disposizione le proprie cantine e garage, chiedendo di fare attenzione a non fare troppo casino perché il condominio avrebbe potuto cacciarci… Ma che speranze avevamo? Non duravamo neanche una serata.

Una giornata molto particolare che ci vide coinvolti in momenti di forte tensione fu la trasferta di Palma Campania del campionato 2000-2001, un qualcosa di talmente esagerato da non crederci. All’interno dello stadio ci furono incidenti con i tifosi di casa, gli sfottò con la polizia sul terreno di gioco, poi all’uscita il finimondo. Era la festa del paese e onestamente non capimmo chi iniziò e perché, ma successe una vera “guerra civile”. Dovunque camminavamo c’erano i tifosi locali che ci sfidavano ed ottenevano il contatto, la polizia che, come se stesse pescando con una rete, appena vedeva qualcuno con la sciarpa se lo tirava nelle camionette e questi incidenti durarono tantissimo. Ad un certo punto ci ritrovammo in caserma, dove prendemmo tanti di quegli schiaffoni, che solo il ricordo fa tremare. Non potevamo reagire, perché eravamo seduti su delle sedie circondati da poliziotti e ad ogni nostra parola erano schiaffoni. Inutile negarlo, uscimmo gonfi e tumefatti, tutti sfiniti che non avevamo la forza neanche di parlare. Ci rimettemmo nei furgoni: nel nostro, da nove posti, eravamo 15 e ce ne andammo nel più assoluto silenzio; non avevamo davvero neanche la forza di parlare. L’episodio però che ci fece riprendere fu quello di un ragazzo, anche lui gonfio di botte, che neanche conoscevamo, che nel più assoluto silenzio dopo un’oretta di strada disse “scusate, se mi permetto, forse non è il momento, ma qualcuno di voi sa cosa ha fatto il Foggia? Mi manca per vincere la schedina”. Ci girammo tutti per capire chi fosse e gli gettammo addosso qualsiasi cosa.

Altro aneddoto da ricordare è quello del ritorno da Castel di Sangro. Giocammo sulla neve, un freddo polare, noi che per scaldarci avevamo portato bottiglie di Primitivo ed amari vari, arrivammo nel settore, scavalcammo per appendere gli striscioni e ci spogliammo rotolandoci nella neve: questo per far capire il grado alcolico già raggiunto all’andata. Al ritorno il nostro furgone venne segnalato poiché “zigzagava” in autostrada e ci fermò una pattuglia della stradale portandoci nel primo autogrill. In attesa di essere sottoposto all’etilometro, iniziai a mangiare decine di caramelle alla menta o a qualsiasi altro gusto che, secondo qualcuno, avrebbero dovuto falsare il test. Ma prima di sottopormi e sicuramente perdere la patente, la polizia si accorse che la loro auto si era chiusa con le armi sui sedili. Noi cominciammo a ridere, loro erano preoccupatissimi: uno di loro, facendo una battuta, disse che se qualcuno l’avesse aperta non avrebbero più fatto il test. Non me lo feci ripetere due volte: in pochi secondi aprii la macchina. Non ci credevano neanche loro come ci fossi riuscito, ma per fortuna ci lasciarono andare.

Come non ricordare infine, la tre giorni iniziata al raduno di Roma “Contro la tessera del Tifoso” e terminata il lunedì pomeriggio al ritorno dalla trasferta di Portogruaro, o il viaggio a Ferrara sotto una fitta nevicata quando venne chiusa l’autostrada, un albero ci cadde sulla macchina e per la fame, quando oramai eravamo rimasti al verde, facemmo la “spesa” nei negozi o alle macchinette automatiche che trovavamo sull’Adriatica durante il ritorno. Anche quel viaggio si concluse di lunedì pomeriggio.

E quali sono state le trasferte più movimentate?

A Catanzaro in Coppa Italia, a Catania, a Cava, a Castellammare, a Benevento, ad Avelino, a Palermo, in viaggio verso Giulianova, – su questa domanda è un vero caos, gli episodi che emergono sono tanti e ognuno ricorda qualche esperienza. – Per esempio, la stagione 2000/2001 fu tutta particolare partendo da Sant’Anastasia e Giuliano finendo a Nardò, dove entrammo sul terreno di gioco e affrontammo la celere dietro il settore.

Al giorno d’oggi quanto è difficile in una piazza come Taranto, riuscire a coinvolgere allo stadio la parte della tifoseria che non è ultras?

È molto difficile ma non è solo Taranto, purtroppo tutte le piazze sono legate ai risultati. Ci sono piazze in cui questa situazione è più evidente ed altre in cui appare meno, ma è il movimento ultras che è cambiato radicalmente, si è abbastanza imborghesito, è molto succube della tecnologia. Si dice che la curva sia lo specchio della società ed è vero, sia dal punto di vista politico che sociale: la gente invece di sostenere incondizionatamente i propri colori, quella maglia che scende in campo, pensa più ad apparire, facendo i selfie, i video, credendo che vestirsi in un certo modo permetta di farsi notare di più, per non parlare di chi scrivendo sui social, crede di dettare delle linee guida, senza mai avere un confronto dal vivo.

Quanto ha influito la repressione all’interno del gruppo?

Non ha influito solo nel gruppo ma in tutto il movimento perché con l’avvento della tessera del tifoso e delle trasferte vietate tutto è cambiato negativamente. Oggi sono in tanti a barricarsi dietro il termine “mentalità”, senza forse sapere neanche cosa voglia dire essere Ultras. Tra i tanti problemi che abbiamo avuto con la repressione, sicuramente ci sono le sempre maggiori restrizioni e divieti per andare in trasferta. Questo, per noi, non solo è una tortura ma impedisce a chi vuole viaggiare di fare aggregazione. La trasferta è sempre stata il vero momento per stare insieme e conoscersi, ed in passato era sicuramente meglio: i viaggi fatti in pullman o treno erano il vero punto di forza di ogni gruppo.

Noi abbiamo subìto la repressione addirittura sul noleggio dei pulmini: per lunghi periodi non riuscivamo a noleggiare mezzi, dovevamo inventarci degli escamotage per riuscire a prenderli perché i concessionari avevano avuto il “consigli” di non noleggiarci i mezzi. Alla stessa maniera vogliamo ricordare le diffide o le multe prese per occupare un posto diverso dal proprio in curva, o per i lanciacori che erano in piedi sulla balconata. O ancora il divieto, prima ancora dell’entrata in vigore della normativa, di esporre gli striscioni contro il quale, per coerenza, decidemmo di non entrare allo stadio e disertare anche i Play-off.

Il nostro ultimo pensiero per quei giovani che oggi vogliono farsi la Tessera: sinceramente non li condanniamo, hanno tutto il diritto di decidere cosa fare ed andare in trasferta, esperienza che altrimenti non potrebbero fare, al contrario nostro che, forti di esperienze già acquisite, ci siamo creati un percorso fatto di privazioni, repressioni subite, idee espresse, sacrifici, diserzioni, proteste e vivendo questa imposizione come un abuso. Linea che abbiamo deciso di mantenere e che ovviamente condivide chiunque si aggreghi a noi.

Come si entra a far parte del Gruppo?

 Oggi, sempre per colpa dei social, ragazzini di 16 o 17 anni credono già di essere Ultras. Copiano e scrivono una frase ad effetto, magari che fa rima con “mentalità”, si fanno un selfie, prendono qualche like e dicono in giro di essere Ultras. Ultras è un percorso, devi sapere cosa vuol dire essere Ultras. Chiunque chieda di avvicinarsi a noi, viene tenuto sotto osservazione per diverso tempo, in ogni atteggiamento, e dopo, forse, inizia ad affiancarci: siamo fatti così, preferiamo conoscere bene chi ci sta accanto, perché ci dobbiamo fidare.

Cosa spinge – lo chiediamo ai più giovani del gruppo – invece un ragazzo a far parte di un gruppo ultras e perché sceglie proprio il Gruppo Zuffa?

Iniziai ad andare allo stadio da bambino, – racconta uno di questi ragazzi più giovani – lo sguardo spesso si girava alla curva, poi quando entri in quel settore credo sia un qualcosa di innato, la voglia di diventare ultras è una cosa che scopri di avere da solo, notando determinati atteggiamenti e comportamenti di persone più grandi ed allora capisci che anche tu vuoi far parte di quel mondo. Non ho scelto il Gruppo Zuffa ma avvicinarmi ed entrare è stato come un processo naturale.

Cosa vi aspettate voi ragazzi per il futuro del Gruppo?

A prescindere da quale sarà la linea del gruppo, la cosa fondamentale per noi giovani è che tutto quello che faremo sarà comunque fatto nel pieno rispetto di quello che ci hanno insegnato i più grandi e di chi oggi non c’è più. Tutte le persone che sono qui sono presenti per lasciare un domani qualcosa a chi si seguirà

Come fa il Gruppo Zuffa a divulgare alla gente comune quali sono le proprie iniziative?

Fondamentalmente resta tutto circoscritto al gruppo. Una delle regole che ci siamo dati è quella di non divulgare niente via social: quello che si dice nelle riunioni resta qui ed alla gente arriva solo quello che vogliamo che giunga.

Il gruppo ha un’ideologia politica?

No, assolutamente no. Ovvio che ognuno di noi ha le proprie idee, ma la nostra scelta e dell’intera curva è stata quella di non portare idee o simboli politici, questo perché crediamo che possa essere una causa di disgregazione. Allo stadio si tifa Taranto e le uniche idee che portiamo e porteremo avanti sono quelle Ultras.

Per sintesi l’intervista finisce qui, ma la serata e la chiacchierata sono proseguite affrontando tanti temi, soprattutto in merito all’inasprirsi dell’apparato repressivo e ricordando tanti altri episodi goliardici di questa lunga storia di vita, anche se più di tutto colpisce l’entusiasmo che hanno dimostrato nel prendere la parola gli ultimi entrati nel gruppo. Tra questi c’è chi spera di vivere le stesse emozioni che dava un tempo quel calcio che ormai non c’è più e chi più pragmaticamente spera di dare continuità al gruppo. Ce lo auguriamo anche noi, nella speranza che lo Zuffa possa vivere tanti altri giorni come questo.

 

si ringrazia Sportpeople.net

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