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Extra Time Rossoblù | IngenuaMente

di Fabio Guarini

Il Taranto scopre il sapore amaro della sconfitta e palesa tutti i suoi limiti. La trasferta di Caserta pone fine all’ebbrezza di inizio campionato, chiudendo un ciclo da 1.66 punti di media a partita, che oggi pare francamente irripetibile. Quando doveva osare ha cercato di accontentarsi e poi l’ha persa con merito, contro una delle squadre meno attrezzate che ha affrontato, ultima serie D compresa. Una partita a tratti sconcertante, tra due compagini che devono in fretta trovare un gioco degno di professionisti. Alla mediocrità tecnica bisogna sopperire con le idee, l’organizzazione e il cuore, altrimenti si rischia il baratro: la Casertana l’ha capito, almeno nel finale di gara, il Taranto decisamente no. La sveglia è suonata, fortunatamente presto. Ne mancano 34 e così non si va avanti. Rivogliamo la determinazione e le qualità mostrate al “Marulla”.

START!

La gara infrasettimanale, per antonomasia, sfugge ad ogni regola, ad ogni pronostico. Spesso è l’occasione propizia per testare gli atleti meno utilizzati, per trovare una veste tattica alternativa a quella consueta. Aldo Papagni (auguri per i 60 anni compiuti proprio ieri) cambia tre undicesimi rispetto alle due domeniche precedenti ma non stravolge nulla nel sistema. Bobb, Potenza e Viola cercano subito di mettersi in mostra, hanno voglia ed è evidente dalle prime battute. Ma c’è una paura inconscia, la scarsa consapevolezza degli ionici è palpabile. Emblematica è la gestione della palla di De Giorgi, che la passa vicino o la butta via come se bruciasse. Cattivo presagio.

Le fortune della Casertana passano dai piedi di Giannone. Senza di lui non si canta messa, vista la modestia della squadra. Nei primi minuti di gioco si capisce subito l’intento dei locali: portare a casa qualcosa, in qualche modo. Un obiettivo noto a tutti, anche al pubblico, che applaude per qualsiasi cosa non sia un errore. Potrebbe non esserci nulla per cui spellarsi le mani per l’intera durata del match. Si aspetta l’evento, stiamo comprendendo che funziona così per almeno quattordici delle venti squadre del girone C.

GLI UNDICI

Turnover ridotto per il Taranto, stante l’indisponibilità di Albanese, Sampietro e Balistreri (non convocati). Nel 3-5-2 portiere, difesa ed esterni confermati: le novità sono nel mezzo, dove accanto a Nigro si posizionano Bobb e Potenza in luogo di Lo Sicco e Bollino. Il partner di Magnaghi è Viola e da lui si attendono gli strappi che possono squarciare il match. Canonici i movimenti: Nigro e Bobb giocano spesso vicini, con Potenza libero di alzarsi in fase di possesso. Questi però, rispetto a Bollino, cerca più l’esterno (ha caratteristiche di quel tipo) che il gioco tra le linee, partendo dal centro-sinistra anziché dal centro-destra per via del differente piede di calcio.

Andrea Tedesco non cambia il classico 4-3-3, già proposto nelle precedenti uscite sia in campionato che in Coppa Italia di categoria, escluso il match di Tim Cup contro il Vicenza (3-4-3 variabile in 5-4-1). Davanti all’esperto Ginestra una linea composta da Finizio e Ramos (all’esordio dall’inizio) sugli esterni con Potenza e Rainone centrali. De Marco e Giorno sono i due intermedi ai lati di Matute sulla mediana. Con il centravanti Orlando giocano Giannone, numero 10 e vero e proprio regista offensivo dei falchetti, a destra e l’esperto Ciotola, ex di turno, a sinistra.

IL FOCUS SUL MATCH

Il Taranto attacca con una sorta di 3-4-3, con Viola che parte da una posizione intermedia sulla trequarti di destra, un po’ seconda punta e un po’ rifinitore: Magnaghi è il perno e Potenza l’ala sinistra, salvo accentramenti per liberare corsa e cross di García. In fase di copertura si ricompone il consueto 5-3-2, con lo scivolamento di Nigro a mezzo destro, Bobb schermo davanti ai tre centrali e Potenza mezzo sinistro come contro il Melfi in Coppa Italia. I meccanismi funzionano poco: la squadra è lunga, il collegamento tra i reparti precario. Il coloured di proprietà del Chievo si spegnerà col passare dei minuti, finendo in una spirale di errori, ma in partenza si fa apprezzare: gioca semplice col suo sinistro e mantiene la posizione. Come di consueto è Nigro a denotare evidenti limiti: spesso si smarca in zona-luce, ma si avvicina anche troppo al portatore. Nell’aiutare De Giorgi, purtroppo molto timido e addirittura dannoso in fase di possesso, finisce per schiacciarlo sulla linea, favorendo i raddoppi. Sembra quasi che il Taranto cerchi di farsi chiudere a imbuto per darsi a quello che sa fare meglio: i lanci. Per fortuna non siamo in possesso di una statistica sulle palle lunghe, ma a spanne il Taranto potrebbe essere primo per distacco in questa prima fase di campionato.

In attacco Magnaghi lievita in termini di prestazione: la mancanza di Balistreri lo responsabilizza, costringendolo a lottare da ‘9’ puro. I risultati sono un’espulsione rimediata agli avversari (fallo da ultimo uomo di A. Potenza su di lui al 67’), che potrebbe far svoltare il match in senso positivo, e diverse buone sponde per i compagni: se lui e Viola fossero meno abbandonati negli ultimi 30 metri, il Taranto potrebbe anche divertirsi dopo il primo gol.

E sì, il calcio di rigore ottenuto alla metà del primo tempo, al primo vero affondo degli ospiti, fa comprendere la fragilità della terza linea casertana. Del Potenza difensore di Serie A che fu resta un lontanissimo e sbiadito ricordo; Rainone non è in giornata e gli esterni vanno in confusione persino non pressati. Il Taranto la sblocca con il penalty di Viola, scaturito da una buon uno-due con Garcia: nella circostanza ci sono addirittura due irregolarità, ovvero la manata di Finizio all’attaccante ex-Foggia e un’uscita a valanga di Ginestra su Magnaghi, sui piedi del quale giunge la palla dopo il primo scontro.

La reazione dei padroni di casa è nei piedi di Giorno. La mezz’ala sinistra è abile a inserirsi nel corridoio intermedio tra il centro e la fascia di riferimento: nel 4-3-3 di Tedesco l’ala destra Giannone è libera di venire dentro il campo a giocare, l’ala sinistra (Ciotola) tende ad allargarsi per consentire gli inserimenti dello stesso Giorno. Una traversa su tiro-cross di destro, un mancino affilato da posizione quasi impossibile e un piattone sbilenco e mal calcolato: il numero 4 dei locali ci prova in tutti i modi. Il miglior assist, in verità, lo fa De Giorgi nell’ennesimo errore in fase d’appoggio: la bellissima conclusione mancina di Ciotola, trovatosi in zona centrale ed armato dall’esterno tarantino, termina di pochissimo a lato.

I cambi di mister Tedesco non modificano più di tanto la Casertana, ma nella ripresa si nota una squadra più viva e leggermente più precisa. Carriero per De Marco e Carlini (l’anno scorso in A al Frosinone…) per Ciotola al 53’ e poi, dopo pochi secondi, arriva il rigore. Finizio, che vuole riabilitarsi dopo il fallo su Viola, sviene in area ingannando l’arbitro: il tocco di Bobb non c’è, ma non per il direttore di gara. Segna Giannone e la partita torna in equilibrio.

Il Taranto sembra quasi impreparato, come se non potesse essere mai possibile subire un gol. Papagni corre ai ripari, ma nei cambi ha meno fantasia dei progettisti Seat quando crearono la Marbella: Paolucci per Potenza e Lo Sicco per Bobb. 3-5-2 ora piatto, piattissimo. D’accordo, gli indiziati per il cambio sembrava che fossero rimasti negli spogliatoi nell’intervallo, ma l’andamento della partita suggerisce di puntare sugli esterni. L’idiosincrasia del Taranto per il gioco palla a terra è incomprensibile, specie dopo l’espulsione del Potenza casertano a metà ripresa. E nessuno ci racconti della presunta mancanza di personalità di Lo Sicco, o dei suoi errati posizionamenti, dato che il classe ’90 è costantemente in zona-luce ma costretto più volte a correre in avanti dalla smania di Pambianchi e Altobello di lanciare nel vuoto di un attacco povero. Undici contro dieci emerge la pochezza degli ionici nella gestione. Nessuna capacità di tenerla, di mandare a vuoto il pressing degli avversari costretti con l’uomo in meno. Solo palla lunga e pedalare. Perché sei uomini in zona centrale sotto palla se si scavalca sempre la seconda linea?

Il peggio arriva dopo. Il Taranto guadagna un calcio d’angolo al 77’, porta su tutti gli uomini a parte Paolucci. Un rinvio sbilenco aziona un clamoroso contropiede 2 vs. 1 che porta al gol Giannone. Black out. Poco prima della rete la sostituzione di Bollino con Viola, poco dopo D’Alterio per Giorno nei locali. Gli ospiti cercano il pari, con un 2-4-4 disperato, mentre la Casertana è 5-3-1: Stendardo affianca Magnaghi in prima linea, con Bollino e un molto attivo García sugli esterni. Proprio il vice-capitano, con una stilisticamente apprezzabile sforbiciata, va vicino al 2-2, ma la difesa di casa si salva sulla linea. Finisce così, con la rabbia per aver buttato via tre punti contro una squadra ampiamente alla portata.

FORWARD

I difetti del Taranto sono noti, evidenti e non sono certo emersi a Caserta. Quando si pareggia o si vince non tutti hanno l’onestà intellettuale di ammettere che essi esistano. In questo spazio, con grande rispetto e amore per quei colori, si parla sia degli aspetti positivi che di quelli negativi, a prescindere dal risultato. Nella speranza che vada a scemare il numero di giornalisti (e tifosi) che si esalta per una vittoria comunque venga e si deprime per una sconfitta, il dovere di tutti è uno solo: sostenere la squadra. Gli attori sono questi e il regista è un uomo di buonsenso. Tecnicamente non sarà Virzì, ma un film gradevole l’ha fatto (Cosenza-Taranto). Aspettiamo, con fiducia. Gli attori ritrovino la voglia di emergere, il regista l’ispirazione e la consapevolezza di dover girare qualcosa di più moderno. Perché la concorrenza è tanta.

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