Il 16 dicembre del 2011 era venerdì, e a Milano faceva un cazzo di freddo.
Girolamo era un uomo schivo, detestava la vita mondana della Milano da bere dove lavorava da sedici anni, e ormai per sbarcare il lunario lasciava stancamente che il tempo trascorresse da lontano, con la stessa apatia con cui si aspetta il proprio turno dal medico e tu non hai nient’altro da fare.
Ancora un po’ per la pensione, poi sarebbe tornato nella sua casa al mare; lui pensava solo a casa sua, alla sua terra inquinata e amara dal sapore di petrolio e ferro.
Non era tanto colto da conoscere la musica classica, ma passava ore da solo nel monolocale in affitto volteggiando le dita a mezz’aria, con la faccia seria ascoltando un certo tipo di sinfonie, come se fosse un concertista di Norimberga.
Questa cosa gli accadeva spesso durante il periodo natalizio, a partire dalla fine di novembre.
Girolamo non aveva amato tanto il suo nome, specie quando ripensava alla versione dialettale con cui suo nonno (omonimo), lo richiamava all’ordine “….Celorème…!”.
Ma per enorme rispetto verso le sue radici, era faticosamente sceso a compromessi con se stesso.
Dalla vetrata osservava la vita che scorreva nella piazza di quella fredda sera di Milano. Guardava le auto che facevano il giro della rotonda giù in strada, tre piani più in basso del suo appartamento.
Il luccichio dei lampioni, i fanali delle macchine, i semafori rossi, le intermittenze natalizie appese ad un balcone, la freccia dello scooter in attesa del verde: luci più luminose che si riflettevano nelle pozzanghere dell’incessante pioggia gelida che bagnava la città da giorni.
Quella città che lo aveva adottato, come una madre putativa fa con un trovatello.
Ironicamente rassegnato pensava sempre (anche in quel momento), a quello che lui definiva un esilio lavorativo.
Le tempie ormai imbiancate, malcelavano gli strascichi di una gioventù ancora presente, almeno nelle volenterose intenzioni. Sorseggiava di tanto in tanto da una bottiglietta gelida, brinata, mentre tutto quel luccichio si rifletteva sulle lenti dei suoi occhiali filtrando attraverso la finestra.
Impaziente, Girolamo guardava l’orologio.
Clacson, rumori disciplinati di motori pazienti, vibrazioni dei tram sui binari, le parole della gente per la strada, il calpestio delle calosce di due bambini in una pozza, un uomo al telefono: immagini mute, come quelle di un film d’epoca.
Elementi che, in una immaginaria animazione, vivevano ignare dell’ansia che covava nel petto di Girolamo.
Non erano passati trenta secondi, e di nuovo il suo sguardo cadde sul polso sinistro.
Nessuno di quei rumori si lasciava ascoltare dentro casa sua.
In casa sua nulla disturbava l’udito.
Nel suo monolocale arredato male, solo una melodia accarezzava le orecchie, e proveniva dalle casse del mini stereo, cresceva piano, come se partisse sfiorando il pavimento in parquet finto Ikea.
Una sinfonia lenta di fiati che aumentava, in dimensione e forma, in maniera progressiva, ma discreta.
La musica lievitava educatamente, fino a vibrare sul vetro ambrato della bottiglietta che Girolamo stringeva nella mano destra.
La tv accesa, ma muta, illuminava il resto del mini appartamento.
Il suono del citofono infranse l’atmosfera, come se avesse portato in casa, per un attimo, il frastuono della strada.
“…sieee?”
“Celò….jie so, jàpre!”
“Uè Manuè, stè chiamàve a questùre: ma cè ffìne è fatte? ‘Nghìane manìscète, cà stè ù collegamende prònde…”
“Mannagghja à sòrète (!!!), stè ù casìne ‘mminze à strade…nò ù sé…?”
Manuele, suo fratello, rivolse queste parole al citofono mentre già si incamminava nel rimbombante vuoto telescopico dell’androne condominiale.
Lui viveva a nord di Milano, impiegato in una piccola ditta dalla quale, mensilmente, riceveva minacce di licenziamento per esubero di personale.
Ma a lui non gliene fregava niente, sapeva che la sua famiglia non avrebbe rischiato mai nulla, perché le sue mani erano custodi di un mestiere troppo prezioso: oro macinato per la sua serenità (e per la ditta per cui lavorava).
Come saldava lui, nessuno era capace.
In piedi sull’uscio del pianerottolo Girolamo aspettava il fratello, ritratto in una immagine involontariamente comica, ma che aveva fatto pace con se stessa per ovvie ragioni di comfort domestico: tuta blu, magre gambe arcuate, mani nelle tasche di una vestaglia da camera misto acrilico rosso antico.
Pantofole, calzettoni corti di spugna.
Bianchi…
Fermo sulla soglia, mentre una lama di aria gelida gli segava le caviglie, Girolamo quasi stava per richiudere la porta, quando dalle lastre dell’ascensore si materializzò improvvisamente la figura chiatta di Manuele.
Tra le mani due cartoni per pizza.
“maniscète mèh, cà jè tarde”.
“…sono già in campo?”
“nòne, stonne a fanne l’inderviste…cinghe, seje menùte e accumenzene…vòche a pigghje a birre”
Manuele entrò in casa, incartapecorito dal freddo, i brividi ancora addosso.
Iniziava a sentire il tepore, ma il freddo e il tempo all’improvviso interruppero di dar corso ai loro effetti.
Manuele era inebetito, le due pizze tiepide in mano, guardava l’immagine muta che scorreva in tv.
Nel mentre la sinfonia di fiati e piatti ormai godeva di vita privata nell’aere di casa Calò, facendo un po’ quel che le pareva.
Manuele non aveva dimenticato le note della pastorale di Battista, ma in quel momento non le sentiva. Quella musica ogni santo anno lo aveva svegliato la notte del 21 novembre, quando era ancora uno studentello e viveva a Taranto.
Ricordava (come poteva dimenticare?), che nel dormiveglia la sentiva arrivare da lontano, la sentiva provenire da piazza Lucania, finché non giungeva sotto la sua finestra, quando lui, ormai desto, nervosamente cercava di ribellarsi alla magia della notte di Santa Cecilia.
Bofonchiava parolacce con la testa sotto al cuscino, la scena era sempre la stessa.
La banda si fermava sotto il balcone della sua camera al primo piano di via Medaglie d’Oro, all’angolo di Via Campania, ma quella non era una serenata suonata (solo) per lui.
Era l’ossequio alle tradizioni di casa Pignatelli: lì di fronte abitava il Cavaliere.
Manuele era ancora fermo con il cappotto addosso, le pizze in mano, aveva gli occhi increduli e la bocca spalancata “moooodooò….quànda grestiàne…”
La tv trasmetteva le immagini di una curva nord priva di bandiere e striscioni, ma stracolma, eccitata, ridondante di passione.
Le squadre in campo, l’Avellino una povera vittima sacrificale in maglia verde.
“Manìscète, livète ù cappòte! E’rumàste all’imbiède accòme nù lampiòne de lungomàre…”
Gli disse Girolamo mentre, con sguardo accusatore, aggrottava la fronte e gesticolava con la mano a coppetta.
Manuele non lo ascoltò nemmeno, continuò a guardare la tv mentre poggiava le pizze sul tavolo.
Girandosi su se stesso, col sorriso beffardo che gli nasceva dall’angolo destro della bocca, Girolamo si incamminò verso il cucinino, alle sue spalle l’immagine di suo fratello giaceva ancora in stasi contemplativa.
Nell’aria fredda di Milano i fiati ormai spadroneggiavano risuonando le ultime note della pastorale, mentre Taranto, immersa in un altro gelo di cui forse non se ne capiva ancora il senso, assisteva ad una prova di forza: undici maglie con dentro undici calciatori, guidati da un capitano.
Nel contorno festoso di diecimila cuori impazziti.
Tutto era compiuto: riordinando le vele, il vascello stava per approdare.
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di Alessio Blasi alias UGM (UmileGuerrieroMagnogreco)
[i fatti narrati e ogni riferimento a nomi, persone e cose sono puramente casuali e frutto di fantasia]

