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Testimoni di una fede – Il nostro posto

Alcune fotografie d’epoca, scattate tra il 1979 e il 1984, sono lo spunto che ha dato vita a questo breve racconto: ringraziamo per il contributo Luigi Marzo.

La prima volta al campo, per un ragazzino di 6 anni, non è un debutto come gli altri: immagini cosa sia successo in quel luogo grazie ai racconti di chi torna dallo stadio la domenica pomeriggio, lo intuisci dai sorrisi o dal rabbuiarsi del viso di tuo padre, che, prima o poi, deciderà di far partecipe anche te di quel mistero settimanale a cui non sei stato ancora invitato. Questione di tempo, ti ripeti: prima o poi, esordirai anche tu.

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Poi, finalmente, arriva il tuo turno: la prima partita. Ti incammini, mano nella mano con tuo padre, fiero di essere giudicato “grande abbastanza”: davanti ai tuoi occhi si spalancano le porte d’ingresso, oltre le quali centinaia di persone salgono in fila le scale che le condurranno al proprio posto. Papà ne ha uno fortunato: gliel’hai sentito ripetere più volte con l’orgoglio di chi è certo di aver giocato un ruolo fondamentale in tutte le vittorie del Taranto semplicemente sedendosi in quel preciso punto. Lo guardi negli occhi e lui sorride: sei certo, senza bisogno di aggiungere altro, che quel posto sta per diventare “vostro”.

Eppure non vi state avvicinando alle scale, non state seguendo gli altri, non vi state mescolando a quell’ondeggiare di colori rossoblù che si riversa all’interno dello stadio: voi, e solo voi, state entrando in una porta sorvegliata da poche persone. Il dubbio ti coglie e non puoi fare a meno di chiedere “Papà, quanto manca per arrivare al tuo posto?”. “Non è lì che stiamo andando”: poche parole per gelare le tue speranze, quando all’improvviso…

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Sole. Urla. Bandiere. Odore di erba. Linee troppo lunghe per imprigionare un rettangolo di gioco. La tua maglietta identica a quelle di altri dieci atleti. Ti ritrovi lì, stordito dal frastuono e dall’immagine di quella folla che, sì, sta festeggiando il tuo arrivo. Una festa a sorpresa. Poi, mentre tuo padre ti sospinge verso i calciatori, uno di loro, dal viso teso per l’imminente avvio di gara, posa la propria mano sulla tua spalla, proprio come sta facendo tuo padre. I fotografi scattano le foto. Ancora non lo sai, ma domani molti dei tuoi amici si chiederanno come sia stato possibile per te posare affianco a Roccotelli.

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E mentre le urla della folla si tramutano in tamburi e cori e le emozioni ti attanagliano la gola, la voce sicura di tuo padre continua a ripeterti: “Da oggi, figlio mio, questo è il tuo posto fortunato”.

Sergio Quaranta