di Fulvio Paglialunga [tratto da astaranto.it]
Mi mancava poco per compiere il mio primo anno di vita, ero appena più grande di mio figlio adesso. Ovviamente non potevo sapere cosa stesse accadendo intorno a me, nemmeno che nella folla che decise di stringersi intorno a Iacovone per l’ultimo coro ci fosse anche mio padre.
Quando ho chiesto – e ho saputo – è stato il primo segnale della grandezza del personaggio: non si sarebbe mai mosso papà se fosse stata una passerella, un motivo buono per “esserci”, non avendolo fatto mai in vita sua. Sillogismo tutto familiare, ma che a me ha sempre dato la misura – enorme – del dolore che squarciò una città, che distrusse i tifosi e si portò via un’idea.
Ho vissuto di sensazioni e di racconti da allora: il mio Iacovone è questo, quello che ho letto, quello che ho scritto, quel poco che sono riuscito a vedere da filmati impolverati, le parole che mi hanno quasi dato l’idea che quel maledetto – mai abbastanza maledetto – incidente si ripetesse ogni anno, nello stesso punto, con la stessa brutalità, alla stessa ora. Per questo mi sembra di aver conosciuto Iacovone, per questo negli anni ho scelto, spesso, di dargli del tu. Arrivando ad un livello di confidenza tale da chiedermi: sicuri che quell’anti-divo continuamente descritto gradirebbe essere considerato l’inizio di una maledizione? Perché – chi sostiene di non averlo detto è bugiardo – «solo allora, solo con Erasmo, potevamo andare in A». Oppure quel grande bomber di cui ognuno ha un gesto da raccontare vorrebbe vedere finito quel progetto e realizzato quel sogno incagliatosi nella lamiere di una Dyane?
Cioè: «Troviamo la capacità e il coraggio per arrivare dove Iacovone ci stava portando», che è la parte di ragionamento che quasi mai ho sentito fare. Usiamo, allora, il momento della commemorazione per non disperdere l’uomo, per rivivere il campione, per trarne anche insegnamento, per ricordare – chi l’ha vissuto davvero – il dolore di quel giorno, le lacrime amare e sincere, per sentirci comunità. Per ricordare tutto, anche la condanna a non sognare ancora in esecuzione. E poi schieriamo Iacovone un’ultima volta e giochiamoci questa partita, cercando le condizioni per tornare secondi – se l’Ascoli vuole puó fare il primo – a febbraio in un campionato di B.
Non potrà mai arrivare nessuno più a fari spenti. E allora Taranto conserverà il mito, rispetterà la memoria, sventolerà la maestosa gigantografia che ogni anno è esposta in Curva, sceglierà di condividere con Erasmo la felicità e propri lui tirerà un sospiro di sollievo, con quel sorriso che buca i baffi, avendo raggiunto lo scopo che si era prefisso. Io, così, potrò spiegare a mio figlio, quando me lo chiederà, chi era Iacovone, perché il nonno era al funerale… e potró aggiungere anche che se lui, dopo tanti anni, sarà arrivato a farmi questa domanda è perché Erasmo in realtà non è mai morto per i tarantini, ma che finalmente, che da quel grande dolore è lentamente nata una grande gioia. E il Taranto, nel frattempo, è rinato.
Davvero.

