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RespiriAMO Taranto: l'intervista a Don Ciccio

di Giuliano Pavone  (Nuovo Quotidiano di Puglia del 16 maggio 2012)

Sono passati pochi minuti dall’apertura del Concertone del Primo Maggio quando sull’enorme palco di Piazza San Giovanni sale la tarantina Mama Marjas, nuova regina italiana del reggae. Fra coriste e musicisti, dietro la console da dj, si vede un “ragazzo” che indossa una maglia bianca con su scritto in rosso e blu “RespiriAMO Taranto”. E’ Don Ciccio, al secolo Ciccio Grassi, 42 anni, dj, conduttore radiofonico, presentatore di festival nonché produttore musicale (è il fondatore dell’etichetta Love University Records, www.loveuniversityrecords.com)

Don Ciccio, come si fa, dalla Puglia, ad arrivare sul palco del Primo Maggio?

Nel nostro caso partendo da zero, senza santi in paradiso ma con un’idea musicale ben precisa, che abbiamo portato avanti in tre anni di attività live ininterrotta in tutta Italia, in piazze e club dai più piccoli ai più grandi, vendendo i dischi a fine concerto. Per intenderci, la nostra strada è stata l’opposto di Amici. La musica è una scelta di vita. Sono laureato, ho un master, conosco perfettamente l’inglese: avrei tutte le carte in regola per un lavoro “normale”, ma il cuore batte per la musica.

Don Ciccio al Concerto del 1° Maggio

E quella scritta “RespiriAMO Taranto”?

Indossare quella maglia per me è stato un atto dovuto, niente di più. Vivendo di nuovo a Taranto da nove anni, dopo essere stato a Bologna e a Londra, mi scontro ogni giorno con l’impossibilità di ribellarsi a una situazione che nel resto del mondo – soprattutto il cosiddetto primo mondo – sarebbe inammissibile. Si lavora per vivere, ma non si può morire per lavorare. Quel “RespiriAMO Taranto” era rivolto all’Italia perché si accorgesse di Taranto, ma anche a tutti quei tarantini che non si sono ancora del tutto resi conto della gravità del problema.

Eppure proprio quella maglia, che una sottoscrizione dei tifosi avrebbe voluto vedere indossata dalla squadra di calcio, dimostra un attivismo della società civile che fa ben sperare. O no?

Assolutamente sì. Negli ultimi anni abbiamo assistito a novità importanti e a una maggiore partecipazione. Ma credo che si debba crescere ancora molto per sortire dei cambiamenti reali. Il modello è Scanzano Ionico ai tempi della protesta antinucleare.

Quali, invece, i rapporti fra Taranto e la musica?

Controversi. Sulla scena reggae e rap, Taranto è una delle città in cui c’è più fermento. Mama Marjas, per esempio, è apprezzata in tutta Italia. Per contro, c’è una carenza storica di spazi in cui fare musica, segno di un disinteresse delle istituzioni che è pluridecennale. C’era il centro sociale Cloro Rosso, ed è stato sgomberato. Va anche detto che la richiesta di cultura da parte della cittadinanza non è così alta, ma fra scarsa richiesta e scarsa offerta è un po’ il cane che si morde la coda.

In questo periodo fare musica non è molto redditizio…

Oggi si vive di concerti. La rivoluzione digitale ha dato delle salutari lezioni all’industria musicale, che ha dovuto accantonare certi prezzi folli del passato. Anche se da produttore vado contro il mio interesse, dico che è giusto che si possa scaricare musica a basso costo o gratis: per me la musica è una cura, e i download sono come la sanità pubblica!

Chi parte da sud fa ancora più fatica?

Grazie a Internet si sono ridotti i gap fra centro e periferia, ma di sicuro chi fa musica a sud parte ancora con un handicap. Però forse, se non fossimo qui, non riusciremmo a mettere nella nostra musica quella freschezza e spontaneità che poi fa sì che Mama Marjas canti davanti a 300mila persone sembrando una di loro. E poi, nessuna scelta è definitiva: magari fra un po’ andrò di nuovo via. Fedele al messaggio di Bob Marley, rivendico il diritto alla migrazione ma avendo ben chiare le mie radici.

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