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Il DDL 1120 si arena, tra resistenze politiche e paure del sistema. Occasione mancata?

Arrivato a un passo dal voto finale al Senato, inizialmente previsto per martedì 10 febbraio 2026 e poi rinviato sine die per mancanza di tempo, il DDL 1120 (Disposizioni in materia di partecipazione popolare alla titolarità di azioni e quote delle società sportive) è stato rispedito in Commissione per essere emendato. Un ribaltone maturato nelle ultime ore utili, dopo un pressing serrato di senatori direttamente interessati dagli sviluppi, culminato – stando ai retroscena – in una riunione infuocata con i capigruppo di Palazzo Madama a ridosso del voto. A completare il quadro della ritrosia nei confronti del disegno di legge, è arrivata la lettera della Lega Serie A, che esprime “forti perplessità” per un provvedimento “viziato ab origine” e “del tutto lacunoso”, chiedendo che “non si applichi alle società professionistiche di Serie A”. Insomma, i vertici politici e del calcio hanno tirato il freno a mano all’ultimo istante utile, dopo un lungo sonno: il DDL, giunto in aula dopo una serie di audizioni informali, era stato già approvato dalla Camera il 23 aprile 2024.

I dubbi sul ddl e le critiche pretestuose

Secondo Supporters in Campo, “questo DDL non è mai stato considerato una norma risolutiva, capace da sola di cambiare il paradigma del calcio italiano”. Nonostante le forti perplessità sul testo, già espresse dal direttivo dell’associazione nella memoria presentata durante l’audizione informale presso la VII Commissione della Camera nel settembre 2023, la legge rappresentava per il network comunque un passaggio simbolico, perché avrebbe conferito una sorta di legittimazione al lavoro che i tifosi attivi portano avanti da circa un quindicennio in Italia. Tra le criticità sostanziali rilevate da SinC, si annotano un percorso poco partecipato, scarsamente condiviso con chi opera da anni sul campo, e un testo vago, privo di visione d’insieme e potenzialmente problematico sul piano interpretativo.

Il nodo centrale è rappresentato dal rischio di creare gusci vuoti in serie. Imporre alle società, dall’oggi al domani, l’inclusione di associazioni di tifosi significa favorire in molti casi la creazione di contenitori formali, riempiti a piacimento con figure contigue al management o alla politica locale, con buona pace dell’indipendenza e della rappresentatività. In assenza di un percorso di accompagnamento, che coinvolga tifosi, club, federazioni e istituzioni, la legge potrebbe trasformarsi in una clamorosa occasione persa e in una fonte di contenziosi.

Proprio sull’ultima debolezza sembra aver fatto leva il senatore e presidente della Lazio Claudio Lotito, secondo cui “i tifosi possono già comprarsi le azioni, non serve una legge che obbliga le società a fare questo”. Un’affermazione formalmente corretta, ma che ignora volutamente la differenza culturale tra iniziative individuali e una partecipazione organizzata che abbia un riconoscimento collettivo. Lo stesso Lotito, così come la Lega Serie A, ha colto l’occasione per mettere in discussione non solo lo strumento normativo, ma anche l’opportunità stessa della presenza dei tifosi nella governance dei club. La battuta del numero 1 laziale – “bloccano le trasferte ai tifosi e poi li vogliono dentro le società” – sintetizza una visione che continua a considerare il tifoso un problema di ordine pubblico e mai un interlocutore fondamentale.

Agitare spettri perché nulla cambi

Il pressing della Lega Serie A per rallentare o ridimensionare la portata della legge – lo stesso Lotito ammette che “se si tolgono le squadre professionistiche dal testo e vengono fatte alcune correzioni, in qualche modo verrà portata avanti” – è figlio della paura di perdere l’esclusiva sul governo del calcio professionistico. La governance attuale del calcio continua di fatto a considerare il territorio solo quando serve riempire lo stadio. In altre parole, lo stesso sistema che continua a tollerare fallimenti a catena, gestioni opache e speculazioni, si scopre geloso delle proprie prerogative non appena si parla di aprire spiragli, pur minimi, a forme strutturate di partecipazione dei tifosi.

Per bloccare il testo, la Lega di A nella lettera ha agitato anche lo spettro del rischio di agevolare ulteriormente le infiltrazioni della criminalità organizzata nelle curve, fenomeno attualmente all’attenzione della Commissione Antimafia. Nella lettura dei club di vertice, gli enti di partecipazione popolare rischierebbero addirittura di diventare il cavallo di Troia per veicolare l’infiltrazione mafiosa dalla gestione del tifo direttamente all’interno della società. Una narrazione pretestuosa, se confrontata con l’efficacia – o, meglio, la sua assenza – del lavoro delle stesse leghe per prevenire le opacità direttamente all’interno delle proprietà dei club.

L’osservazione del contesto internazionale, invece, dimostra come la presenza di un’associazione di tifosi attiva, strutturata e indipendente, che esercita una funzione di controllo diffuso, può ridurre sensibilmente la possibilità che una società ponga in essere attività opache o illegali. L’associazionismo puro, fondato su regole democratiche e trasparenza, può fungere da vero e proprio garante di legalità per sponsor e potenziali investitori, piuttosto che da varco per l’illegalità.

Se la legge non è ciò che serve

“Ciò che manca oggi – continua Supporters in Campo – non è una legge e neppure gli strumenti: associazioni di promozione sociale e cooperative che rappresentano le realtà locali, così come club direttamente gestiti dai tifosi, esistono già, nelle forme che si adattano alle dinamiche peculiari e alle esigenze delle comunità. La differenza sta nel modo in cui nascono: devono essere frutto di una spinta dal basso, non l’effetto collaterale di un obbligo calato per legge”.

Il nodo, dunque, non è normativo ma profondamente politico e culturale. Si tratta di riconoscere i tifosi come soggetto collettivo con cui condividere responsabilità, e non solo come pubblico pagante o variabile d’ordine pubblico da gestire. L’esperienza internazionale lo dimostra: dove la partecipazione dei tifosi ha preso piede – dalla Germania al Regno Unito – il motore non è stato una legge di Stato, ma un intreccio di regolamenti sportivi, politiche di supporto e consapevolezza organizzata delle comunità locali. L’intervento legislativo, quando c’è, non la anticipa nel vuoto, ma arriva dopo una robusta evidenza empirica e un successivo percorso di accompagnamento – che sia alle singole esperienze o tramite regie nazionali, come Supporters Direct UK, da qualche anno confluita nella Football Supporters’ Association (FSA).

Il tempo che si spalanca davanti, prevedibilmente lungo, può trasformarsi in un’occasione per migliorare l’articolato del DDL. O, più semplicemente, per capire che in assenza di un profondo substrato culturale la legge può attendere.

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