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Le punture di Romanzini | Abbiamo toccato il fondo

Di Alessandro La Tanza (alias Romanzini).

E’ proprio vero, al peggio non c’è mai fine. Il pomeriggio piovoso e freddo di mercoledì consegna agli almanacchi un’altra sconfitta casalinga mortificante, l’ennesima, l’ottava di una stagione davvero umiliante, che ha distrutto completamente l’enorme patrimonio di entusiasmo generatosi quel 4 agosto 2016 dopo il ripescaggio in Legapro.

Il recupero infrasettimanale ha visto in campo una Paganese imbottita di panchinari, che ha passeggiato sulle macerie di un Taranto che non c’è più, nè con la testa nè con le gambe, fermo sul terreno di gioco in più di qualche elemento, complessivamente scarso sia nel costruire azioni da rete sia nel difendere la propria porta dagli attacchi avversari. Le quattro reti campane sono state solo la logica conseguenza di una partita in cui una squadra, la Paganese, ha fatto il minimo sindacale, e l’altra, il Taranto, è stata solo spettatrice non pagante, presente in campo fisicamente ma totalmente assente con la testa. Sarebbe utile capire o cercare di capire il perchè di una caduta libera da parte della squadra nelle ultime sette, otto giornate, durante le quali il Taranto ha saputo collezionare ben sette sconfitte, quattro delle quali in scontri diretti tra le mura amiche.

La squadra si è certamente impoverita dopo gli abbandoni di Maurantonio, Altobello e Stendardo, perchè ha perso l’unica qualità positiva che ha tenuto la baracca in piedi durante il campionato, quella solidità difensiva che si è poggiata da sempre su quegli elementi dotati di personalità e esperienza utili in situazioni del genere. A queste assenze pesanti va aggiunto il numero incredibile di infortuni prodottosi soprattutto negli ultimi tempi, che hanno ulteriormente privato il Taranto di qualità ed esperienza in campo. Le scelte di mercato, scellerate in molti casi, completano un quadro nerissimo sulla gestione incredibilmente assurda di una stagione nerissima. L’acquisto di alcuni elementi spesso in infermeria, o lo scambio in sede di mercato tra giocatori tecnicamente validi (leggasi Bollino) con altri onesti mestieranti della pedata (Maiorano), e ancora l’incredibile quantità di under portata a Taranto evidentemente non sostenuta da un parco “over” capace di supportare e sostenere questi ragazzi, lanciati in campo senza guide valide e con un obiettivo, la salvezza, difficile da conquistare con un fardello di responsabilità del genere addosso.

L’area tecnica infine. Dispiace davvero per mister Ciullo, un tecnico che al suo arrivo ha trovato un Taranto e strada facendo ne ha dovuto gestire un altro sicuramente depotenziato. I miracoli difficilmente avvengono nel calcio dove molto dipende dalla programmazione e dalle competenze. Il mister ci ha provato in tutti i modi a scuotere squadra e ambiente, ma probabilmente si è reso conto lui per primo che è una lotta senza speranze in queste condizioni.

L’ultimo posto in graduatoria, e la incombente retrocessione in serie D, non sono comunque il problema più grande, ma solo un problema. Il vero disastro è stato disperdere quell’entusiasmo generatosi dopo il ripescaggio, che aveva fatto riavvicinare tanta gente al Taranto, tifosi che oggi dopo l’ennesima umiliazione hanno abbandonato non solo la speranza di salvezza ma anche la voglia di seguire una squadra e una società artefici di una delle stagioni più umilianti della quasi centenaria storia del pallone nostrano. La disaffezione dei giovani, dei bambini, delle nuove generazioni è un risultato pessimo che supera di gran lunga la retrocessione sportiva. La fiammella della speranza è ancora accesa, non sappiamo quando e se si spegnerà, a Melfi o nelle settimane successive. L’auspicio è che tutti i protagonisti di questo scempio sportivo sappiano meditare a lungo su quanto fatto, e per il momento cerchino in tutti i modi di non farla spegnere quella fiammella di speranza, in attesa che, a bocce definitivamente ferme, si sappia ammettere i propri errori, e si lasci fare calcio a chi, il calcio, lo conosce di più, perchè una piazza come Taranto in serie D è una bestemmia, ma anche una realtà amarissima.


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