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Il tennis in bianco e nero

di Pierluigi Lucadei su Rivista Undici

È il 14 febbraio, domenica. Roberta Vinci domina, nella finale del Premier di San Pietroburgo, la temibilissima Belinda Bencic, chiudendo con un agile 6-4 6-3 in un’ora e diciannove minuti. Secondo Ubaldo Scanagatta, uno dei più autorevoli tenniswriter italiani, la finale di San Pietroburgo è stata la migliore partita della carriera di Roberta dopo la semifinale degli US Open vinta contro Serena Williams. Ecco: non è così frequente che una tennista giochi i due migliori match della sua carriera a trentadue anni. Ma che questo sia il momento di Roberta è sotto gli occhi di tutti gli appassionati, così come lo è il semplice fatto che per la tarantina si possa parlare di un pre e un post Serena. Perché il tennis è, più di altri, uno sport in cui è con la testa che si domina o si sprofonda, e quella semifinale degli US Open ha avuto due effetti di forza uguale e contraria: ha fatto la fortuna dello psicologo della Williams e ha regalato alla carriera ormai sfibrata di Roberta una sorprendente appendice di successi, coronata dal tanto sognato ingresso nella top ten WTA, a trentatré anni appena compiuti (Roberta Vinci è nata a Taranto il 18 febbraio 1983). E dalla prossima settimana supererà la sua amica Flavia Pennetta e diventerà la numero 9, la prima tra le italiane.

San Pietroburgo, Roberta Vinci batte Belinda Bencic: è nella top ten WTA

Grande doppista, a lungo numero uno al mondo in coppia con Sara Errani, in singolare ha sempre fatto più fatica. E una tennista che suda sui campi dall’età di sei anni può anche completare il Career Grand Slam di doppio (Errani-Vinci lo hanno fatto aggiudicandosi due Australian Open, un Roland Garros, un Wimbledon e uno US Open), ma non sarà mai soddisfatta finché non avrà dimostrato il suo valore in singolare. Soprattutto se questa tennista è una combattente nata e per troppo tempo è stata condizionata da chi, considerate le sue notevoli doti sotto rete, la spingeva a puntare tutto sul doppio.

Per troppo tempo è stata condizionata da chi la spingeva a puntare tutto sul doppio

È entrata tra le prime 100 del ranking WTA soltanto a ventidue anni, nel 2005, e ha dovuto attendere altri sei anni per la prima apparizione in top twenty. La top ten l’ha sfiorata nel 2013, ma si è fermata all’undicesimo posto. Dopo un 2014 che ne ha minato l’autostima, puntellato dalle sconfitte e dalla discesa in classifica, e un 2015 fin lì non certo migliore, gli ultimi US Open hanno letteralmente trasformato una giocatrice di talento in una campionessa. Quelle due memorabili ore impiegate per annichilire Serena Williams all’Arthur Ashe Stadium sono state il punto di non ritorno. I maligni potevano anche pensare che Roberta fosse arrivata lì per fortuna (Vania King, Denisa Allertova, Mariana Duque Mariño nei primi tre turni non erano certo scogli insormontabili, Eugenie Bouchard agli ottavi si era ritirata senza nemmeno scendere in campo, mentre Kristina Mladenovic era la più debole tra le tutte le possibili avversarie dei quarti), poi però c’è stata la semifinale. Non serve dilungarsi troppo sugli atti conclusivi degli US Open 2015, che, complice il contemporaneo exploit di Flavia Pennetta, sono diventati storia del costume nazionale. Ammettiamo però, candidamente, che alla vigilia di Vinci-Williams nessuno immaginava che Roberta potesse centrare la finale. Impossibile pronosticare una sconfitta di Serena, lanciatissima verso la conquista di un Grande Slam, che in campo femminile manca dai tempi di Steffi Graf. E invece.

Il momento più alto della carriera di Roberta Vinci: battuta Serena Williams nelle semifinali degli Us Open 2015

Roberta Vinci ha un gioco che, nelle giornate migliori, fa impazzire qualsiasi avversaria. Il suo è un tennis in bianco e nero, fatto di tocchi ricamati al millimetro; di un rovescio in back che quasi non si alza da terra e costringe chi gioca il rovescio bimane (la quasi totalità delle giocatrici di oggi) a sforzi immani per tirare su la palla; di colpi di volo, volée, smash e veroniche, giocati con la classe di una campionessa d’altri tempi. Se la vedesse giocare, Doc Brown di “Ritorno al futuro” parlerebbe di un paradosso temporale. Nessuno gioca così nel noioso circo WTA di oggi, dove lo sport che fu di Martina Navratilova è diventato poco più che una questione di potenza cieca e muscolarità ipertrofica. Lei che non l’ha mai usata, sembra invece giocare con la racchetta in legno. In grado di far male tanto sulla terra, quanto sull’erba e sul veloce, è l’unica italiana ad aver vinto almeno un torneo su tutte queste superfici.

Australian Open 2016. Ryan Pierse/Getty Images

Non solo tecnica ed eleganza, però. Roberta ha dalla sua una spaventosa tenacia, quella che fa credere di poter realizzare i propri sogni contro tutto e contro tutti, come il sogno di entrare in top ten nell’anno che, a quanto dichiarato, sarà il suo ultimo di attività. «Dopo una vita in back, finalmente in top… ten!», ha twittato dopo aver conosciuto la nuova classifica WTA. Su Facebook ha aggiunto: «Orgogliosa di me stessa, degli attributi che ho tirato fuori quando mi davano per finita o quando mi consigliavano di ritirarmi».

E la corsa verso l’alto non è affatto finita. Con il bottino di punti portato in dote dalla finale di New York, la tennista tarantina può ulteriormente salire. Se è vero che le prime cinque posizioni del ranking appaiono lontanissime, così non è per le posizioni fino alla sesta, tutte abbondantemente sotto i 4000 punti. Al sesto posto c’è una certa Maria Sharapova, distanziata meno di 350 punti da Roberta. Farci un pensierino, a questo punto, è obbligatorio. Soprattutto perché, avendo giocato una prima parte del 2015 poco esaltante, fino ai prossimi US Open non avrà punti pesanti in scadenza.