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Taranto sul Post | “Lasciate ogni speranza, voi che tifate Taranto”

di Pierluigi Alfieri alias tarantosulposter

All’ennesima estate travagliata, vissuta in bilico tra l’illusione del ripescaggio (poi vanificato) e lo spauracchio del vuoto societario (poi colmato dal ritorno al comando del duo Bongiovanni-Zelatore),  in casa Taranto si sono susseguiti un autunno mediocre e un inverno sconfortante.

Doveva essere la stagione del riscatto, o quanto meno della normalità; invece il responso del campo sta raccontando ben altro: 10 punti di distacco dalla capolista dopo 21 partite; un avvicendamento in panchina rivelatosi disastroso (il rendimento fuori casa – 0.4 punti in media a partita – è imbarazzante); una rosa di giocatori, rivoluzionata nel mercato di riparazione, buona al massimo per formare una rappresentativa, non certamente per farne una squadra vincente.

Sebbene alcune scelte societarie siano state frettolose e discutibili (in primis l’esonero di Cazzarò), personalmente non me la sento di gettare la croce addosso all’attuale proprietà se, proprio nei momenti decisivi del campionato, gli uomini di Campilongo e Montervino ci hanno offerto prestazioni indegne, portando a casa pareggi penosi e sconfitte umilianti. Un’altra verità scottante è che il flop di quest’anno ha poco a che fare con la piazza rovente e con l’ambiente esasperato, che pure in alcune circostanze hanno contribuito a rendere teso il clima, ma – a mio avviso – con minori danni rispetto a precedenti annate.

Dopo essere stati derisi da materani e andriesi, quest’anno toccherà probabilmente ai francavillesi (non importa se pugliesi o lucani) farsi beffa di noi (senza nulla togliere al merito della loro vittoria). Disputeremo probabilmente un’altra inutile appendice dei playoff e nutriremo come al solito vane aspettative di ripescaggio, regolarmente scavalcati dall’Arezzo o dal Monopoli di turno. Un film già visto, dall’esito melodrammaticamente scontato. Un loop che si ripete inesorabile con lo stesso meccanismo della sindrome di Stoccolma: noi tifosi siamo le vittime solidali col nostro carnefice – il Taranto – di cui siamo i complici innamorati e i succubi alleati.

Intanto la nostra lunga espiazione compirà 23 anni. Se sono troppi o troppo pochi, lo scopriremo solo quando ci verrà svelata l’atavica colpa di cui ci siamo macchiati, ancora avvolta nel mistero.

Dovrebbero scrivere “Lasciate ogni speranza, voi che tifate Taranto” all’ingresso degli stadi, sulle prime pagine dei quotidiani sportivi, sulla copertina degli album Panini, nei messaggi dei baci Perugina. Giusto per rammentarci che il nostro inferno è in terra e che non siamo mica il Crotone o il Carpi, che possono permettersi di andare in serie A e magari restarci a lungo. Siamo tifosi del Taranto: la nostra croce è convivere 359-360 giorni all’anno col malumore e la frustrazione di non riuscire ad invertire un destino infame; la nostra delizia è circoscritta invece a fugaci istanti di estasi effimera, puntualmente spazzati via da eventi funesti che restaurano di colpo il nostro perpetuo nazzicare.

Ad esempio: l’ultima volta che sono stato veramente felice grazie al Taranto per più di 10 minuti è stata dopo la vittoria ai calci di rigori contro la Viterbese. Gioia cristallina, entusiasmo verace e voli pindarici che sono durati giusto il tempo di farci eliminare al mercoledì dal Sestri Levante in semifinale e di rimanere “con le pezze al culo” dopo l’improvvido disimpegno di Campitiello.

E adesso? Restano 13 partite alla fine della regular-season (più – si spera – altre 1-2 partite dei playoff). Mancano 7 mesi all’inizio del prossimo campionato. Anestetizzati dal tempo che passa e dall’ossessione di rivivere le stesse delusioni di sempre, siamo condannati a non poter rimanere indifferenti di fronte alla palla che rotola e a quelle maglie bicolore. Non importa a questo punto chi sarà il nuovo allenatore e chi saranno gli attori in campo. Ci toglieremo persino piccole e futili soddisfazioni. Può darsi addirittura che riempiremo lo stadio per i playoff se serviranno ad illuderci concretamente in ottica ripescaggio. Ci applaudiremo narcisisticamente. Dichiareremo di farlo “solo per la maglia” ma in fondo lo faremo soltanto per continuare a coltivare una speranza, senza la quale non ci può essere la fede.

SFT

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