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I sogni prima o poi ritornano

di Luigi Monfredi

Esistono, nella vita di una comunità, avvenimenti che segnano una svolta, che sconvolgono in un attimo ciò che era stato fino ad allora e il cui ricordo viene tramandato di generazione in generazione. Il racconto di oggi, scritto magistralmente da Luigi Monfredi, ci parla di Erasmo Iacovone: protagonista drammatico della fine di un sogno, “Iaco” smette di essere solo un giocatore del Taranto, ma diventa simbolo del riscatto mancato di una città perennemente frustrata dal destino; nella mente e nel cuore dei tifosi, Erasmo è l’unica eccezione possibile al “solo per la maglia”, perchè lui, Erasmo, di quella maglia rappresenta ancor oggi l’anima.

Faceva freddo quel cinque febbraio del 1978. era una domenica e il Taranto giocava in casa, allo stadio comunale “Salinella”. Come ogni benedetta domenica “casalinga”,  il pranzo veniva anticipato di almeno un’ora: pasta asciutta con la mozzarella filante, polpette fritte e dolcetti della pasticceria Messinese. Alle due meno un quarto, “piedi a terra” e via verso lo stadio. Destinazione tribuna coperta: un anello superiore alla tribuna numerata, dove si stava in piedi, seppur riparati dalle intemperie da una tettoia in acciaio. Assi di legno come pavimento e tubi innocenti a sorreggere una struttura che sembrava un cuore palpitante quando i tifosi esultavano. Si battevano i piedi a terra, facevano eco i seggiolini in acciaio sbattuti freneticamente dalla tribuna e i tamburi dalle curve dialogavano rabbiosi da una parte all’altra del campo di gioco. Immaginate tutto questo insieme e capirete perchè lo stadio sembrava un cuore che batteva all’impazzata.

A quei tempi si giocava solo di domenica e tutte le partite cominciavano contemporaneamente, alle 14 e 30, praticamente un rito che univa tutta una comunità, che si coagulava sciamando dalle varie vie di accesso allo stadio, attorno al simbolo, all’unico simbolo di riscatto di una città intera: il Taranto. Quella domenica faceva freddo, un freddo gelido, reso più insidioso da un vento che soffiava a folate e il cielo… il cielo era di piombo, carico di nuvole piene di pioggia pronta a rovesciarsi da un momento all’altro tutta insieme e tutta concentrata sullo stadio, sul Taranto, sulla sua corsa sfrenata verso il raggiungimento di un sogno proibito. Un sogno tante volte accarezzato, sempre con pudore e sempre represso dal realismo rassegnato di noi meridionali: ma che, il Taranto in serie A, ma quando mai? Eppure quell’anno il sogno prendeva corpo domenica dopo domenica. Il Taranto di Giovanni Fico, allenato da Tom Rosati era la squadra più anziana della serie B: ben 12 campionati consecutivi tra i cadetti. Quell’anno, però, dietro un Ascoli galattico, c’eravamo noi: Petrovic, Giovannone, Cimenti, Fanti, Dradi, Nardello, Gori, Panizza, Iacovone, Selvaggi, Turini. Nessuno osava pronunciare la parola magica, ma tutti, tutti eravamo proiettati sette giorni su sette a coccolare il riscatto di un popolo, a tifare per quei ragazzi straordinari. Su cui spiccava un 25enne coi baffoni e i capelli ricci, Erasmo Iacovone. Mite, taciturno e antidivo fuori dal campo, sull’erba si trasfigurava, diventava un airone, scalava l’aria con la sua elevazione eccezionale per impossibili goal di testa. E pattinava elegante con la palla al piede, piedi che avevano cervello. “Iaco” lo adottammo subito: i suoi stacchi di testa erano gli sforzi di un’intera comunità di emergere dal destino proletario e industriale che le era stato imposto.

Quella domenica le nuvole più passavano i minuti più si caricavano minacciose, ma non pioveva, tirava vento e faceva freddo. Davanti a noi una macchia verde circondata da migliaia di bandiere rossoblu, sotto una luce strana, come di acciaio, quello sfornato 24 ore su 24 dall’Ilva, sfrigolante del sudore degli “italsiderini”. La domenica precedente il Taranto era andato a pareggiare a Pistoia, gol, manco a dirlo, di Iaco e quel giorno aspettavamo la Cremonese. Maglia grigia come il cielo sopra il Salinella, la squadra lombarda navigava in acque basse e sembrava la vittima predestinata ad essere travolta dal cammino del Taranto verso la serie A. Iacovone capocannoniere, Franco Selvaggi, corteggiato dalle migliori squadre di A, era un concentrato di classe e genio allo stato puro (sarebbe diventato campione del mondo nel 1982). Graziano Gori, un’ala destra leonina: capelli biondi lunghi e mossi, baffi da pirata, polmoni, cuore e cervello. Zelico Petrovic in porta, uno jugoslavo naturalizzato che avrebbe fatto paura anche a quelli della Banda della Magliana: un ceffo da cui stare alla larga se non lo conoscevi, ma una tigre fra i pali, capace di parate ai confini della fisica. Insomma, la squadra c’era, la società pure, il pubblico anche e la città lì, tutta attorno e tutta dentro il Salinella a ruggire per far tremare le gambe agli avversari. Quella domenica la Cremonese non poteva avere scampo. Nonostante il cielo di piombo, il freddo pungente e il vento. Ma non per Corrado Ginulfi, ex portiere della Roma, trovatosi ormai sul viale del tramonto a difendere i pali dei grigiorossi: quasi calvo, appesantito e goffo nei movimenti, sembrava il ricordo lontano del grande portiere che era stato. Ma quella domenica, quella maledetta domenica, decise di sfidare a duello Iacovone. Il Taranto attaccò per tutta la partita, soltanto Iaco ebbe otto enormi occasioni da gol. Otto enormi parate di Ginulfi, con le mani, con i piedi, con l’aiuto dei pali, della traversa. E poi, salvataggi sulla linea, barricate in area di rigore, catenaccio allo stato puro. Un bombardamento a tappeto, un assalto all’arma bianca, un “partitone”. Ma finì zero a zero.

Quindicimila persone quella domenica uscirono dallo stadio con lo sguardo stranito. Di colpo il vento si calmò e cominciò a diluviare. Iacovone, intanto, nello spogliatoio prendeva a calci gli armadietti. Ginulfi aveva la faccia di uno che quasi si scusava per aver fatto la partita della vita, tramortito e ammirato da quei campioni che aveva dovuto fermare in una miriade di occasioni. Quella partita fu l’ultimo atto di una tragedia greca, il sipario stava per calare su un uomo e sui sogni di un’intera città. Quella sera Erasmo Iacovone va a cena in un ristorante di poco fuori Taranto. La gente lo riconosce, gli fa le feste, lui finalmente si placa, il nervosismo lentamente evapora. Poco dopo mezzanotte decide di tornare a casa, sale sulla sua dyane 6, imbocca il vialetto del ristorante che incrocia la statale Taranto San Giorgio jonico, mette la freccia a sinistra e svolta. Michele Friuli è un pregiudicato, un balordo dedito ai furti d’auto e al contrabbando. Quella notte sta scappando a bordo di una Alfa Romeo Giulia a fari spenti dalla polizia che lo insegue. Non vede la dyane di Iaco, la travolge a 140 all’ora. Erasmo muore sul colpo: viene catapultato come un proiettile fuori dalla sua auto, direttamente dal tettuccio di tela, che sfonda con la testa. Viene ritrovato 60 metri più indietro, rimpicciolito di 15 centimetri. La notte del sei febbraio 1978 svaniva l’ultimo sogno di una città che non sarebbe più stata capace di sognare. E nasceva il mito. Erasmo non ha mai visto sua figlia, che doveva ancora nascere. Ma lei ha conosciuto e ha imparato ad amare il mito, come tanti giovani tarantini, che lo amano come se lo avessero visto giocare il giorno prima. Perché i sogni non muoiono mai e prima o poi ritornano.

Iacovone in azione e in gol (e che gol!) contro il Bari