di Pierluigi Alfieri alias tarantosulposter
Sgombriamo subito il campo da equivoci: le passioni – anche quelle calcistiche – non si possono comprare né vendere. Semplicemente le passioni – per definizione – non hanno prezzo. Eppure appress’ a ‘u pallon’ – tra biglietti e abbonamento per lo stadio, costi per le trasferte, denari investiti in magliette, sciarpe e gadget vari – spendiamo nel corso della vita un vero e proprio patrimonio, che, quantificato assieme al tempo sottratto agli affetti e al lavoro, comprometterebbe definitivamente la pax familiare, ma tant’è: se il tifo appassionato è un hobby costoso, quello partecipato lo è ancor di più.
Mai, tuttavia, mi è capitato di trovare un tifoso pentito per i soldi spesi al seguito della propria squadra del cuore, neppure a Taranto. Indipendentemente da quanto quella maglia a strisce rossoblu ci faccia gioire e soffrire, il valore della nostra passione – al netto di “scattacore” e “butti di veleno” per deprecabili fallimenti societari e amarissime delusioni sportive – rimane inestimabile.
Ciò che certamente ha costi ben definiti è la gestione di un club calcistico. Così almeno dovrebbe essere se si aspira ad un calcio sostenibile. Negli ultimi due anni – in una compagine societaria condizionata dalla coesistenza e dalla conflittualità di troppi soci – come supporters’ trust (letteralmente “la fiduciaria dei tifosi“) ci siamo fatti carico concretamente di impegni onerosi, mantenuti lealmente e puntualmente, che hanno fatto lievitare la nostra quota fino al 18%, oltre ogni previsione e intenzione. Se guardiamo indietro alla convulsa estate del 2012 (non che l’ultima sia stata meno avara di colpi di scena…), l’intuizione operata dall’allora acerba APS Fondazione Taras ha consentito di salvare il calcio a Taranto; col tempo l’associazione si è ritagliata un ruolo di interlocutore affidabile e inaggirabile, di grande impatto promozionale e sociale, in grado ad esempio di restituire alla città – assieme ad altre piccole/grandi conquiste – un settore giovanile promettente e ben organizzato, perseguendo un metodo più partecipato, persuasivo e incisivo di rapportarsi col proprio club su temi cari alla comunità dei tifosi (come avvenuto ad esempio nella revisione della recentissima campagna abbonamenti).
Ora, all’alba dell’era Campitiello che auspichiamo sia lunga e prospera, siamo nuovamente chiamati a difendere la nostra percentuale di possesso, nel frattempo scesa al 10% per effetto dell’ingresso del socio di maggioranza. A differenza dell’ultima ricapitalizzazione (2013/2014), in cui la quota a carico della Fondazione fu decisa a scatola chiusa, facendo parzialmente i conti senza l’oste, stavolta si verserà in aumento capitale in unica soluzione solo quanto verrà appositamente raccolto attraverso la campagna “Difendiamo la nostra passione”, senza sottrarre risorse destinate ad altri progetti. E’ una corsa contro il tempo ed è quasi commovente osservare come ogni giorno il numero dei sottoscrittori aumenti esponenzialmente. A pochi giorni dalla scadenza il numero dei “mini-azionisti” ha già superato abbondantemente quello delle precedenti edizioni. E’ una volontà trasversale che – se si eccettua qualche fisiologica defezione tra delusi, pigri e scettici – deriva dal desiderio collettivo di sentire questo Taranto sempre più plasmato a nostra immagine e somiglianza. Tra lo 0,1% e il 10% è innegabile che vi sia una differenza in termini di prestigio, di senso di appartenenza e di orgoglio ma non solo: se nell’ultima travagliatissima estate avessimo avuto l’ 1,8% e non il 18%, probabilmente ora saremmo calcisticamente morti, in quanto non avremmo avuto la stessa credibilità e lo stesso potere contrattuale in grado di favorire la transizione societaria.
Partecipiamo in massa a questa ricapitalizzazione, anche con cifre simboliche, e un domani potremo affermare che “amiamo così tanto il Taranto da averne comprato – tutti insieme – un pezzettino”.
Stringiamoci attorno alla Fondazione Taras per rendere ancor più solida e completa la sua mission sociale, già comunque ottimamente rappresentata dalle funzioni esercitate come supporters’ trust degli sportivi tarantini. La Fondazione è ancora una creatura imperfetta, non del tutto esente da errori e rischi ma ha già in sé gli anticorpi per superare qualsiasi crisi. Ci attendono nuove sfide, nuovi orizzonti e nuove intuizioni. C’è bisogno dell’impegno, delle idee e del sostegno di tutte le anime del tifo rossoblu e anche di chi, avendo sposato in origine il progetto, si è smarrito strada facendo per personalismi, incomprensioni, divergenze o sfinimento.
Parafrasando a nostro uso e consumo un celebre slogan pubblicitario, «ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è la Fondazione Taras».
Avanti, a difesa di una passione dal valore inestimabile. SFT.

