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Quando è morto, non ero nato

di Fabio Di Todaro [tratto da astaranto.it]

Quando è morto, non ero nato. E non ero nemmeno nei pensieri, se vogliamo dirla tutta. La prima volta che lo sentii nominare era una domenica di tarda infanzia, con il Taranto in serie B e il solito codazzo di auto in fila fin sotto casa mia, in zona città Giardino: da lì sarebbero andati a piedi allo “Iacovone”.

Erano i primi anni ’90. “Mamma, papà”, gridai con la curiosità che mi avrebbe portato a fare questo lavoro. “Chi è Iacovone?”, la domanda, ingenua, che perdonerete a un bambino di non più di cinque anni, cresciuto in una famiglia in cui il Taranto non era il senso della domenica. Poco prima di sederci a tavola, iniziarono a raccontarmi chi era stato Erasmo Iacovone. Per me si aprì una parentesi che non ho ancora chiuso. Lessi, mi informai, chiesi di essere portato sul luogo dell’incidente, pretesi di vedere una partita allo “Iacovone”: Taranto-Trani 2-0, era l’8 ottobre 1995.

Mi accorsi, ascoltando i loro racconti, che c’era stata un’epoca in cui anche i miei genitori erano andati tutte le domeniche allo stadio. Avevano sognato, loro come un’intera città, di poter andare in serie A. Mi raccontarono come appresero la notizia, ricordarono il tam-tam radiofonico, si ritrovarono con la mente ai  funerali al “Salinella”. Loro, come tanti tarantini, da quel momento in poi avrebbero chiuso il libro dei sogni calcistici, vivendo di ricordi. L’ultima volta che li portai con me allo “Iacovone” si materializzò il secondo pilastro che tutti, colpevolmente, abbiamo eretto a sostegno della sfiga calcistica di questa città: era il 9 giugno 2002.

Oggi è giusto ribadire la distanza che separa i due eventi: temporale, storica, di essenza propria. Perché Iacovone era uomo di un calcio che non c’è più e, se il Taranto non va in B da 18 anni, non è colpa della sua prematura scomparsa. Mi sarebbe piaciuto, da giovane giornalista, conoscere un personaggio come lui: sognatore, genuino, naturale come un fiore emerso dal fango. Uno che faceva bene ciò che gli piaceva fare. Un uomo che sarebbe fuori dal calcio di oggi. Serbo, scrupolosamente, il ricordo di quel racconto. E mi sforzo di divulgarlo con equilibrio e compostezza, ogni volta che qualcuno me ne rende conto.

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