di Francesco Vozza [tratto da astaranto.it]
Gaetano Scirea, Giacinto Facchetti, Erasmo Iacovone.
Leggende, eterne bandiere, punti di riferimento per molte generazioni. Uomini semplici ma così profondi e preziosi da saper regalare alla gente un bene inestimabile: le emozioni. A Taranto così come a Torino e Milano, gli appassionati sportivi e non, in una data precisa dell’anno, si fermano almeno qualche minuto. Pensano, ricordano, sentono un brivido scorrere dietro la schiena. C’è chi torna bambino magari mano nella mano con il proprio genitore e riassapora mentalmente un momento della propria vita.
Ognuno tocca, metaforicamente, la felicità. Il 6 febbraio 1978 il sottoscritto non era nato, ma nel corso del tempo avvicinandomi alla realtà calcistica tarantina continuo a comprendere, grazie alle tracce storiche lasciate negli archivi ed alle testimonianze di parenti e amici, il valore di Erasmo Iacovone. Al di là delle straordinarie qualità da centravanti, il mitico numero 9 del Taranto rappresentava un riscatto sociale per l’intera città. “Iaco” con un pallone da calcio stava scrivendo un’ importante pagina di storia per tutta la comunità ionica. Iacovone era l’utopia, la serie A, che magicamente poteva diventare realtà.
E mentre tutto procedeva per il verso giusto, mentre l’oro di Taranto continuava a brillare negli occhi della gente il destino, precocemente, decise di mettere un punto alla favola. Proprio come accade dopo un brutto sogno, all’alba del 6 febbraio 1978, molte persone aprirono gli occhi bruscamente. Sembrava un banale incubo invece divenne un colpo al cuore. Di tutti, nessuno escluso. Tutta Taranto decise di omaggiare il proprio Re. Persino il cielo si commosse facendo scivolare sulla bara di Erasmo le proprie lacrime. Caro Erasmo ricorda che la tua gente non finirà mai di ringraziarti e per sempre continuerà ad urlare in cielo il tuo inno. Iaco, Iaco, Iacovone.

