Io, che di anni ne ho quasi 34, non ho mai visto giocare Erasmo Iacovone. Sono nato troppo tardi e certamente lui se ne è andato troppo presto.
Eppure se chiudo gli occhi e penso al Taranto, vedo Iacovone sorridente in posa con la maglia a strisce larghe rossoblu, i baffoni, il pallone in mano in bella mostra, la gradinata sullo sfondo ricolma di gente. E’ un’immagine ricorrente, impressa nella mia mente, che mi fa sentire in parte protagonista di quel sogno spezzato, di quella ferita lacerante, di quel destino beffardo.
Chi ha visto coi propri occhi Erasmo calcare l’erba del Salinella, librarsi in volo per staccare di testa, segnare sotto la curva nord, esultare dopo un gol decisivo, ha una eredità preziosa da condividere con le generazioni di tifosi del Taranto che sono venuti dopo di lui. Con quelli che sono tuttora tifosi, con quelli che avrebbero potuto esserlo in questi anni e con quelli che dovranno esserlo in futuro.
Chi sa e chi può ha l’obbligo di testimoniare che un altro calcio è possibile, che un altro Taranto può esistere ancora. E’ una responsabilità immensa, un privilegio raro, un dono sacro da tramandare ai posteri. Chi può rendere testimonianza, continui a raccontarci di lui, del suo pallonetto nel derby, delle sue eccezionali doti acrobatiche, della sua semplicità, del sogno che ci ha quasi regalato.
Da quella mattina del 6 febbraio 1978, in realtà, non abbiamo vissuto nient’altro che un terribile incubo collettivo.
E, come tutti i brutti sogni, a un certo punto finirà: ci sveglieremo, Erasmo sarà tornato a casa sano e salvo, pronto a portarci in serie A a suon di gol.
“Una maglia rossoblu, uno stadio pieno, un pallone. Questo è il Taranto. Questo è Iacovone”.
di Pierluigi Alfieri alias tarantosulposter

