di Pierluigi Alfieri alias tarantosulposter
Ieri sera su Facebook un mio caro amico ha così commentato l’indifferenza dei nostri concittadini dopo l’ennesimo sopruso del governo con il nuovo decreto salva-Ilva: “Se ci fosse stato da mandare il Taranto in B, la città l’avrebbero messa a ferro e fuoco“.
Effettivamente il sit-in di protesta radunatosi davanti alla Prefettura nella tarda serata di ieri, che ha richiamato non più di qualche centinaio di cittadini indignati, è troppo poco per una causa così nobile da perorare.
Tuttavia il mio amico, molto sensibile, come me del resto, alle vicende riguardanti salute, ambiente e lavoro, ma poco avvezzo alle dinamiche del tifo rossoblu, ha sbagliato paragone visto che il Taranto è divenuto da diversi anni un affare per pochi intimi. Troppo pochi probabilmente per mettere a ferro e fuoco un’intera città che di ferro e fuoco sta morendo, ma sicuramente buoni per cambiarla un po’ alla volta.
Il mio amico ignora forse che molte componenti della tifoseria tarantina sono, non a caso, attive a vario titolo nello scenario sociale, culturale e associazionistico che negli ultimi tempi sta provando a segnare il riscatto della nostra città:
- i ragazzi del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, quelli che a bordo di un ApeCar hanno dato voce al cuore della città e della fabbrica al grido di “Io non delego. Io partecipo!“, provengono in buona parte dalla Curva Nord o dai TarantoSupporters (gradinata), così come gli attivisti di Ammazza Che Piazza, impegnata nel recupero di aree e quartieri dimenticati e abbandonati a sé stessi;
- allo stadio Iacovone durante l’intervallo delle gare dell’ultima stagione veniva trasmessa la canzone Taranto libera, scritta da uno che nel guestbook del tifosi è noto come “presidio rossoblu” e che con il suo progetto degli Artisti Uniti x Taranto sta spiegando la differenza tra essere tarantini ed essere figli di Taranto;
- la Fondazione Taras, il Supporters’ Trust degli sportivi tarantini titolare del 10% dell’attuale compagine societaria del Taranto FC 1927, promuove infine il brand “RespiriAMO Taranto“, lo slogan coniato nel 2012 dai tifosi per campeggiare come sponsor sulle maglie da gioco ma censurato dalla Lega Pro e mai autorizzato.
Potrei continuare all’infinito.
La verità è che il Taranto negli ultimissimi anni, da quando il caso Ilva è balzato agli onori delle cronache nazionali, è spesso rimasto ai margini del calcio che conta anche perché non è sceso a compromessi con la famiglia Riva e con la rete di poteri ad essa collegata, rinunciando a elemosine o questue che avrebbero potuto magari portarci calcisticamente in alto ma che umanamente ed eticamente ci avrebbero squalificato come uomini e tifosi.
I superstiti che ancora oggi sono disposti a vedersi il Taranto sui gradoni del Salinella forse non sono forse sufficientemente consapevoli di essere custodi di una delle poche realtà risparmiate (volutamente) dall’inquinamento culturale degli ultimi tempi. Riva e i suoi bravi accoliti tante volte avranno detto: “Il Taranto in serie B non s’ha da fare”. Vivacchiare tra serie C e dilettanti sì, ma il palcoscenico nazionale no.
Il cemmenefuttismo tarantino porta calcisticamente a “tifare” per Inter-Juve-Milan comodamente dal divano di casa, salvo invadere Piazza Ebalia per festeggiare uno Scudetto o una Coppa (sacrilegio!!!). Ecco allora che al mio amico, al quale riconosco grande onestà intellettuale, suggerirei di riformulare il suo pensiero in “Se la Juve avesse vinto lo Scudetto o il Milan la Champions, la città l’avrebbero messa a ferro e fuoco“. Con una frase a effetto così perspicace avrei sicuramente messo un “Mi piace”.
Chi avrebbe messo a ferro e fuoco la città? Certamente loro. Quelli che spesso e volentieri con le loro scelte e le loro omissioni la città l’hanno già consegnata al ferro dell’ex-Italsider e al fuoco degli altiforni. Quelli che non si indignano se la loro città viene costantemente stuprata dalla grande industria e dalla piccola politica. Quelli che se si ricordano di andare a votare premiamo i soliti partiti. Quelli che si accontentano del pane alla diossina ma poi piangono i figli ammalati di tumore. Quelli che adesso hanno una (in)giustificata paura di cambiare.
Anche in questo caso potrei tristemente andare avanti ad libitum con un lungo elenco di “Quelli che”, profondamente autocritico, ma mi fermo qui perché possiamo riscattarci.
Una ricetta, per quanto paradossale, c’è già.
Cari concittadini, seguite il Taranto, venite allo stadio, iscrivetevi alla Fondazione. Ne va del futuro della nostra città.

