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Il Cuore del Gioco – I tifosi alla partita più importante

di Leonardo Daga

Come in altri contesti, in Italia rispetto al resto dell’Europa c’è una grande differenza nella cultura della partecipazione nel calcio. E’ normale abitudine, e i risultati si vedono anche in termini di presenze allo stadio, considerare l’evento sportivo di una partita di calcio come una avventura in cui il tifoso, quello interessato alla visione della partita dal vivo, deve superare tante barriere imposte da vari enti (istituzionali e sportivi) per poter alla fine arrivare a “godersi” i novanta minuti della partita in un contesto spesso disorganizzato, poco adatto e pieno di vincoli. E’ anche questo il motivo per cui molte persone scelgono di rimanere a casa piuttosto che recarsi allo stadio, magari con la famiglia. Ma non è questo l’unico motivo.

La proprietà della squadra di calcio è (quasi) universalmente considerata come un diritto del proprietario di turno che in quel momento storico ha avuto il coraggio di investire nella società, che può disporre del club a suo piacimento e a suo insindacabile giudizio, in maniera tanto più insensibile quanto più la tifoseria  riesce ad avere poco peso nella vita della società sportiva. Quando a tutte le difficoltà nel supportare e seguire la propria squadra si aggiunge questo atteggiamento, sopratutto quando non supportato da buoni  risultati sportivi, ogni desiderio residuo di supportare la propria squadra viene cancellato portando il tifoso a perdere definitivamente interesse nel calcio e tutto quanto gli sta intorno.

D’altronde, gli strumenti per interagire e per costringere un proprietario a comportarsi in maniera consona a quelle che sono le tradizioni della squadra e le necessità di una tifoseria sono pochi e spesso non adatti ad una democrazia come dovrebbe essere quella in cui viviamo. Costringere la società a rivedere le sue scelte con metodi poco ortodossi è infatti spesso l’unica scelta percorribile per molte tifoserie. E’ disponibile un intero ventaglio di opzioni che va dagli striscioni (che adesso spesso non possono essere nemmeno esposti) agli scioperi della tifoseria, arrivando ai ricatti (basti pensare che un fumogeno che “accidentalmente” finisce in campo causa una multa salata alla società casalinga) e alle minacce. Tutto questo ha del paradossale se si pensa che per i rappresentanti di una tifoseria (se fosse una soluzione percorribile) sarebbe tanto più semplice andare presso l’ufficio della presidenza o presso il consiglio della società e dire “scusate, ma cosa diavolo state facendo?”.

Purtroppo, lo scenario non è confortante. Anche al livello di molte istituzioni, l’idea che si sta affermando come “futuro” del calcio italiano, anche parlando di futuro sognato e evoluto, è tutt’altro rispetto ad un calcio fatto di scelte condivise con i tifosi. Si guarda al modello inglese (almeno a quello supposto tale) o a quello appena realizzato dalla squadra bianconera di Torino come l’esempio da seguire e da affermare anche nel calcio italiano. Si parla di spettacolo, di clienti, di qualità del prodotto, di facilità di usufrutto come se i tifosi fossero i clienti di un cinema o di un teatro, ma c’è qualcosa che non quadra.

Il tifoso non ha scelta. Può cambiare canale alla televisione, può cambiare i vestiti, può scegliere di andare ad un cinema piuttosto che ad un altro. Queste sono scelte commerciali alle quali ogni uomo o donna di oggi sono abituati. Ma la squadra per cui tifa non è una scelta commerciale, non può scegliere lo stadio in cui andare a vedere la partita se quello in cui gioca la propria squadra fa schifo o è poco sicuro. Non può andare in un’altra città se la questura o l’osservatorio proibiscono la trasferta. Non può cambiare squadra se vede che quella per cui tifa non valorizza le squadre giovanili o fa una politica dissennata sulla campagna acquisti. Non sceglie di tifare per la squadra più forte della città o del paese se quella per cui tifa non offre un buono spettacolo, se sei un vero tifoso.

L’incontro di Sabato 2 Marzo patrocinato da SD e dalla Comunità Europea, organizzato dalle associazioni di tifosi e con la presenza delle istituzioni sportive ha avuto proprio lo scopo di alimentare una differente coscienza del calcio sia per i tifosi che per le istituzioni. E’ stato mostrato come le esperienze di tifosi di Germania, purtroppo avanti anche nel modo di interpretare il calcio, e della Spagna, alle prese con problemi simili in termini di cultura a quelli riscontrati in Italia, ma avanti nell’organizzazione e nel rapporto e nel dialogo tra tifosi e società sportive. Presenti i rappresentanti di lega di serie A e di serie B, della comunità europea e dei tifosi, al dibattito è stato evidenziato quanto in Italia la strada da percorrere possa essere corretta e quanto c’è da percorrere prima che il calcio raggiunga la sua dimensione corretta.

L’Italia dei campanili, dei signori che distribuiscono i giochi per tenere buoni i villani è destinato a finire, prima o poi. La transizione verso un calcio condiviso è una delle sfide che attende l’Italia per rendere il paese migliore, da affrontare con le istituzioni ma prima di tutto tra i tifosi stessi. E’ una questione di coscienza e di cultura, è importante essere convinti di questi nuovi concetti e a nuove prospettive per poterli trasmettere prima agli altri tifosi, poi alle istituzioni e infine alle proprietà delle società sportive.

Taranto e l’associazione Taras sono nell’invidiabile e al contempo responsabile situazione di essere l’esempio da seguire, pur se nato dal caos della prospettiva della perdita della società sportiva. Sarà il cuore tarantino che ha fatto la differenza, ma una volta tanto è a sud dell’Italia che parte la rinascita per l’Italia, fosse anche “solo” per quella del calcio.

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