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Productive wasteland in Taranto

LANDSCAPE CHOREOGRAPHY è un progetto che supporta pratiche collettive di giardinaggio urbano e incoraggia una cultura innovativa europea di spazi comuni, attraverso un approccio interdisciplinare che integra arte pubblica, architettura del paesaggio, performing art e analisi socio-antropoligica. Il progetto coinvolge 3 città di 3 paesi europei: Taranto (Italia), Cottbus (Germania) e Cluj (Romania) e dura 24 mesi. L’obiettivo è quello di coinvolgere i cittadini nella creazione di nuovo giardino urbano attraverso laboratori di costruzione partecipativa, e di mettere in scena questo processo attraverso performance artistiche.

Riportiamo quanto descritto da Giancarlo Pichillo in relazione alla prima fase di “scavo” del progetto (la fase denominata “Dig Up Phase”) nella quale si esplorano diversi luoghi cittadini, dei veri e propri snodi della topografia umana e sociale tarantina.

La città di Taranto gode di una Storia ben più che bi-millenaria. Nata come colonia greca (spartana, per esser precisi e riverenti al tradizionale mito di fondazione) nel cuore del Mediterraneo meridionale, Taranto può esser pensata come il prodotto mutevole di un lento processo di ibridazione culturale, frutto di relazioni ampie, di conflitti, di scambi durevoli con numerosi altri e di una polifonia di voci interne.
Tuttavia, questa gloriosa quanto drammatica Storia ha vissuto una lacerazione irreparabile e brusca, speriamo non irreversibile, nei decenni tra la fine del XIX secolo e gli anni ’60 del ‘900. Da allora, l’organizzazione sociale tarantina ha vissuto un processo di ridefinizione drastico, insieme con la sua economia e l’ambiente naturale circostante. Inevitabilmente, anche le relazioni sociali tra cittadini residenti e tra questi ultimi e i borghi della provincia sono mutate. I principali fattori che hanno riformulato il paesaggio umano, sociale e naturale sono stati l’Arsenale Militare e l’enorme fabbrica siderurgica (l’ILVA, ex Italsider al tempo in cui era una industria di proprietà dello stato italiano). Una economia di piccola scala, prevalentemente agricola e marina, ha dovuto far spazio al mito del progresso, concretizzato attraverso l’opera di industrializzazione pesante del territorio. Negli anni in questione, pertanto, Taranto è stata totalmente co-optata dalla macchina sviluppista, ovvero dal paradigma ideologico e politico dello Sviluppo, che ha caratterizzato e monopolizzato la storia e la pratica della cosiddetta globalizzazione nell’ultimo secolo (ancora oggi, è lecito aggiungere).
Una ulteriore conseguenza di queste dinamiche è stata l’alienazione del mare. Taranto, “città dei Due Mari”, è stata fisicamente separata dai suoi affacci al mare da un enorme muraglione, nonché da numerose aree militari protette e inaccessibili ai più. Come se non bastasse, il siderurgico – insieme con le altre industrie chimiche che insistono sul territorio, alcune delle quali di proprietà pubblica – ha generato un inquinamento parossistico, che nessuno può oggi permettersi di negare.
Il mito del progresso ha colonizzato le anime e il suolo tarantini, insieme coi corpi delle persone. Industrie pesanti, marina militare e una classe politica spesse volte controproducente – per usare un eufemismo – hanno privato Taranto di risorse umane, naturali e financo culturali, se per esse intendiamo le moltissime espressioni culturali della “tradizione” oggi scomparse, insieme con un certo tipo di costruzione della società che per secoli ha popolato e animato l’isola della Città Vecchia, oggi friabile, fatiscente e sotto-popolata, per quanto sempre estremamente affascinante.

Come ricostruire il patrimonio culturale di Taranto, tangibile e intangibile? Come immaginare un nuovo futuro? Come colmare la distanza tra la società tarantina, il suo paesaggio ecologico, il mare, le società e le culture del Mediterraneo? Come riportare la cittadinanza ad esser protagonista del palcoscenico politico?
Le risposte, non semplici, a queste domande sono già una realtà di fatto. Esse poggiano sulla distruzione della logica e dei meccanismi dell’estraversione che hanno dominato la società tarantina nella sua storia recente. Si cerca, pertanto, di ribaltare il processo di “privatizzazione” della politica locale, così come di ridurre e azzerare la dipendenza strutturale dai “forestieri” e dalle reti economiche de territorializzate, di fatto de-responsabilizzate. Tutto ciò spiega l’onda montante – non ancora l’abusato “tsunami”, invero – di cittadini che, a Taranto, si scoprono sempre maggiormente impegnati in prima persona in un processo collettivo e in dinamiche di ri-appropriazione di spazi, tanto istituzionali quanto informali. Cittadinanza attiva, né più né meno.
Lo slogan “RespiriAMO Taranto” – un gioco di parole alquanto esplicito e potente – esemplifica il processo di aggregazione in atto di differenti attori e settori sociali intorno ad un unico, grande, sfaccettato scopo: la lotta per un futuro scevro sia da un inquinamento ambientale insostenibile che dalla percepita (e praticata) corruzione morale e politica. Tuttavia, l’esempio di “RespiriAMO Taranto” è solo una delle pratiche e dei regimi discorsivi in corso a Taranto, una città italiana occupata a ricostituire il proprio capitale sociale interno, proprio mentre la sua fiducia verso gli organismi istituzionali (nazionali, regionali e territoriali) è al minimo storico. Questo nuovo corso storico non sarebbe mai stato possibile, è evidente, senza un passato fatto di lunghi conflitti sociali, piccoli e grandi. Né potrebbe mai avere un futuro senza gli interpreti che oggi, sulla memoria di quel passato, cercano di criticare e costruire il presente, senza limitarsi ad amministrarlo.

È in questo affascinante e fluido contesto che il progetto Landscape Choreography ha iniziato la propria esplorazione degli spazi occupati e/o liberi e abbandonati di Taranto. L’obiettivo era, ed è, affermare che i “vuoti urbani” non debbono esser percepiti unicamente come spazi improduttivi, insicuri e, quindi, da colmare ad ogni costo e con ogni mezzo. Al contrario, questi spazi inglobano già in sé, nella loro identità, reti di relazioni umane, sociali e culturali che sono tanto produttive quanto le attività prettamente e direttamente economiche. Il vuoto è anche produttivo, in altre parole (productive wastelands, appunto…).
In questa fase “di scavo” del progetto (“Dig Up Phase”) abbiamo visitato e toccato con mano diversi luoghi cittadini (che le fotografie di questo sito mostrano), che a noi piace pensare come snodi importanti della topografia umana e sociale tarantina. L’esplorazione ci ha consentito di incontrare e conoscere diversi attori collettivi impegnati a ridisegnare la mappa della cittadinanza attiva a Taranto. Grazie a loro, abbiamo potuto comprendere meglio come creare le condizioni di possibilità affinché questo progetto diventi davvero un’esperienze condivisa, partecipata, orizzontale, democratica e polifonica. Insomma, capace di sopravvivere a sé stessa.
Un grazie sincero va, dunque, a questi amici, che ovviamente non sono assolutamente responsabili di quanto qui fin’ora riportato: Labuat, Ammazza che Piazza, ArcheoTower, Comitato Lavoratori e Cittadini Liberi e Pensanti, Taranto Supporters, Teatro Crest-Tatà, Fondazione Taras, Associazione Le Sciaje.
Noi speriamo che molti altri vorranno imbarcarsi con noi in questa esperienza, se ne saremo degni.
Restate in ascolto.

Giancarlo Pichillo

Per altre informazioni visitate la sezione dedicata a Taranto dell’interessantissimo sito internet del progetto: http://www.landscapechoreography.eu/category/taranto/

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