Ci saranno delle scosse, probabilmente soltanto di assestamento. Perché nel Taranto ci sono ancora tante cose da definire. E non parlo della scelta dell’allenatore o del direttore sportivo. Temi che vengono dopo e che, per quanto possano suscitare dibattiti più o meno accesi tra i tifosi, sono momenti di vita normale di una qualsiasi programmazione societaria.
Il Taranto ha una compagine azionaria molto variegata. Che rappresenta una ricchezza nel momento in cui tutti i soci danno il loro contributo ogni qualvolta sia necessario rimpinguare le casse societarie per ottemperare alle incombenze della stagione. E’ un problema, invece, se nella moltitudine di soci, ve ne sono di “inerti”, che partecipano sporadicamente agli oneri societari mantenendo però una quota del capitale importante, che può essere azzerata soltanto passando attraverso impegnative ricapitalizzazioni, di cui si devono far carico gli altri azionisti. Se poi di stagione in stagione il numero di questi soci “inerti” aumenta, il problema diventa sempre più grave.
La questione è comprendere che per essere soci del Taranto non basta aver versato la prima tranche della prima capitalizzazione (leggi Zelatore, Bongiovanni o Papalia). E non basta nemmeno aver partecipato all’intera ricapitalizzazione della stagione che si è appena conclusa. Perché un’altra è alle porte e ha bisogno di nuova linfa per essere sostenuta. Chi non vuole essere della partita magari dovrebbe fare un passo indietro, lasciando spazio a chi ha i mezzi e la volontà di essere invece parte attiva nel nuovo Taranto consentendogli di avere le mani libere nelle decisioni importanti.
Decisioni che – sia chiaro – si prendono all’interno del Cda, magari a maggioranza. E che non vanno comunicate in diretta televisiva prima ancora che il Cda abbia affrontato la questione. Perché un azionista, a meno che non abbia la maggioranza assoluta e non è questo il caso, deve prima confrontarsi con tutti gli altri. Anche e soprattutto con chi ha quote maggiori perché ha investito di più e ha dato – fatto non trascurabile – disponibilità ampia anche per la stagione in corso.
Altrimenti si crea una pericolosa confusione dei ruoli. E capita, come è capitato, che un direttore generale cominci a occuparsi del mercato prima ancora che sia stata chiarita la sua posizione da parte del Cda. Che si parli di intese preliminari già raggiunte e di contatti già avviati (con i soliti nomi triti e ritriti peraltro come Danucci, Panarelli e altri tormentoni onnipresenti in tutte le estati rossoblù) senza che sia stato ancora affidato un mandato a chicchessia. Che addirittura, sempre il direttore generale, si arroghi il compito di rassicurare tutti sul fatto che la Fondazione è tenuta in debito conto nelle decisioni della compagine societaria, come se lui ne facesse parte e non fosse soltanto un dipendente.
Parlando di ruoli probabilmente va ricordato, una volta di più, che la Fondazione Taras non è la mascotte della squadra o un fenomeno di colore da vezzeggiare quando fa comodo. La Fondazione Taras è a tutti gli effetti uno degli azionisti più importanti del Taranto FC con una quota poco sopra il 10% e ben 81mila euro già versati. Per non parlare poi di tutti i compiti quotidianamente e gratuitamente svolti dai vari membri nel corso della stagione.
Il Taranto sta passando dall’infanzia all’adolescenza. E questo comporterà inevitabilmente degli scompensi. Sta al buon senso gestirli nel modo meno traumatico possibile. Ritrovando quello spirito di mutua collaborazione che il 6 agosto scorso ha consentito il miracolo dell’iscrizione in Serie D. Assumendosi ciascuno le responsabilità del caso, laddove debbano essere assunte, e avendo altrimenti l’onestà di fare un passo indietro quando necessario. Tutto per il bene del Taranto. Nient’altro se non questo: il bene del Taranto. E di Taranto.

