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Troppo comodo

di Stefano Faccendini, tratto dalla Fanzine di Sosteniamolancona (thanks to sosteniamolancona)

Il mio avvicinamento al mondo dei Fans’ Trusts britannici è stato del tutto casuale, nato dal mio interessamento alle vicende del Wimbledon FC e AFC.

Il solo immaginare un modello di governance in cui i tifosi non sono etichettati, come clienti o come teppisti, ma sono di fatto chiamati in causa per salvare la propria squadra e poi a gestirla è qualcosa che mi ha rapito fin dal primo istante in cui ne ho sentito parlare. E non bisogna essere degli inguaribili romantici per capire quanto ciò sia il solo futuro possibile nel calcio di oggi.

Mi rendo conto che possa suonare come un clichè ma non si può non riconoscere che i tifosi siano la parte più pura e disinteressata di tutto il circo.

Quando ho cominciato a parlare con persone che in Italia erano interessate a questa realtà, non stavo nella pelle. La sola curiosità per quello che personalmente reputo il solo Modello Inglese degno di essere esportato, mi faceva sognare. Basta con le decine di fallimenti ogni estate, basta con gli speculatori, i ladri, i farabutti, basta con sciarpe di squadre gloriose usate per fermare le lacrime di generazioni di sostenitori lasciati all’improvviso con i weekend da riempire. Questo era quello che pensavo, questo era l’entusiasmo che condividevo con le persone che incontravo.

Eppure, dopo qualche anno, mi ritrovo a fare delle riflessioni amare: l’entusiasmo di quelle stesse persone c’è ancora, così come la passione, l’impegno, la speranza. Ma in quanti le hanno seguite? Ad Ancona come a Venezia, a Roma come a Cava per citare solo alcune delle città in cui un’associazione dei tifosi è stata creata. Settimane di spazio sui media locali, un trafiletto sull’edizione regionale di qualche testata nazionale, poi il silenzio. Inziative da libro Cuore per molti professionisti della carta stampata. Una società retta dai tifosi non potrà avere mai le risorse per competere, si dice. Niente di più sbagliato, dipende dagli obiettivi per i quali si vuole competere. Pochi giornalisti, forse nessuno, tra quelli contattati, ha deciso di approfondire l’argomento. Un’accozzaglia di informazioni messe insieme per raggiungere il numero di battute richiesto: i trust inglesi accomunati ai club tedeschi e alla partecipazione popolare di alcune grandi squadre spagnole. Di tutta l’erba un fascio con il minimo comun denominatore della definizione azionariato popolare che è a dir poco fuorviante. Il risultato è stato che anche la poca informazione che è stata fatta in materia, è stata fatta male. Anche chi genuinamente incuriosito non ha avuto chiarite le idee. Se la maggior parte delle persone si avvicina a questo modello chiedendosi che ne sarà dei suoi 10/50/100 euro donati all’associazione di turno, vuol dire che non si è stati bravi a spiegare cosa si sta cercando di fare. Colpa dei media? Anche ma soprattutto dei tifosi e per dirla tutto delle migliaia di tifosi che hanno deciso di farsi da parte e vedere i soliti quattro/cinque (perchè di questi si tratta) correre, sbattersi, organizzare, stampare, spedire, protestare, non dormire, litigare a casa per mantenere vivo un sogno che poi è troppo comodo valutare e giudicare dall’esterno.

Se non arriva dalla base un segnale di fiducia, come possiamo pensare di convincere interlocutori ufficiali e interessati? Se non si crea un movimento vero, numeroso, unito, come si può pensare di essere presi sul serio da società sportive ed autorità?

Dipende solo da noi.