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Il "piano D"

di Giuliano Pavone – http://www.giulianopavone.it/

La speranza di evitare il fallimento e di salvare la categoria è l’ultima a morire. Nel frattempo, conviene attrezzarsi per il “piano B”. O meglio, il “piano D”, come la serie da cui (forse) si dovrebbe ripartire in caso di mancata iscrizione. Insomma, se si tratterà di ricominciare da zero, cerchiamo almeno di farlo nel migliore dei modi.

Finché l’A.S. Taranto esiste e D’Addario non molla l’osso, la cessione del club resta una questione privata fra il suo proprietario e l’eventuale compratore (che però al momento non c’è). Se invece la società fallisce e il club viene radiato, lo scenario cambia radicalmente. Perché a quel punto il titolo sportivo finirebbe nelle mani del sindaco, e i criteri con cui verrebbe riassegnato sono tutti da definire. Certo, l’“asta” potrebbe andare deserta (e allora buonanotte), oppure potrebbe presentarsi un solo candidato, ma l’ipotesi che i pretendenti siano diversi è abbastanza probabile. Se l’attuale Taranto in Lega Pro è poco appetibile a causa di debiti e penalizzazioni, il subentro, a prezzi contenuti e senza vincoli pregressi, in una piazza calcistica dalle buone potenzialità potrebbe rivelarsi un affare. C’è da scommettere che in queste ore qualcuno stia aspettando di veder passare il cadavere dell’A.S. Taranto per poi tuffarsi nei perigliosi mari delle serie minori e tentare la risalita.

Immaginiamo quindi che il sindaco si trovi nell’imbarazzo di dover scegliere a chi affidare il futuro del calcio tarantino. E’ ovvio che le credenziali economiche sono un requisito di cui i “pretendenti” dovrebbero essere provvisti. Ma non sono l’unico requisito, e probabilmente nemmeno il più importante. Come dovrebbe allora regolarsi il sindaco? Facendo tesoro delle infelici esperienze che ci hanno portato fino a questo punto. Parliamoci chiaro: le gestioni del Taranto del terzo millennio sono state un cocktail a dosi variabili di incompetenza, arroganza, disonestà, mancanza di trasparenza, e alla fine il calice da bere è stato sempre amaro. Le responsabilità catastroficamente evidenti di D’Addario non devono portare a tardive ed esagerate rivalutazioni delle conduzioni che l’hanno preceduto (compresi i “cavalli di ritorno” che in questi giorni stanno cercando di riaccreditarsi attivandosi in ipotetiche operazioni di salvataggio).

La radiazione sarebbe una tragedia, ma perlomeno renderebbe più facile rinunciare al ducettodi turno – quello del “faccio tutto io” quando le cose vanno bene e del “la città non mi aiuta” a buoi abbondantemente scappati – e impostare le cose in un modo più equilibrato. E’ arrivato il momento di cambiare strada, e c’è già chi, come la Fondazione Taras 706 a.C., si pone con autorità come sponda operativa per questa delicata fase di transizione.

Chi volesse prendere il Taranto dovrebbe, a parere di chi scrive, offrire garanzie sotto una serie di profili. Primo, l’etica: no a soggetti che abbiano subito condanne dalla giustizia sportiva o ordinaria. Secondo, il progetto sportivo: basta con le megalomanie e la politica dei grandi nomi. Servono investimenti sui giovani e programmazione. Terzo, trasparenza: disponibilità al controllo periodico dei libri contabili, mai più bluff e brutte sorprese. Quarto, dialogo coi tifosi: la squadra è anche patrimonio loro. Sarebbe bello formalizzare questo concetto assegnando ai supporter una quota di minoranza della società, primo embrione di un eventuale futuro progetto di azionariato popolare diffuso. Quinto, impegno sociale: non disperdere ciò che la Taranto sportiva ha saputo fare negli ultimi anni (solidarietà, spirito di iniziativa, consapevolezza del ruolo sociale svolto dal calcio) e dare continuità alla lezione degli uomini di Dionigi.

E’ una lista dei desideri che può sembrare ingenua, ma parecchi indizi dicono che i tempi sono maturi e che l’occasione è propizia: se non ora, quando? Tifare finalmente per i colori rossoblu senza riserve per il padrone del vapore, far sì che il Taranto non sia il giocattolo di uno ma la squadra di tutti. E’ un sogno possibile. Anzi a questo punto è necessario. Se si realizzasse davvero, non tutto il male sarebbe venuto per nuocere.

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