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E dimmi che non vuoi morire

Dovrei tirare un sospiro di sollievo e invece provo tanta amarezza. La giornata di ieri è stata devastante: come al solito pratiche che in altre città vengono espletate con tutta calma a Taranto diventano montagne russe, fatte di discese ripide, difficilissime salite e di arrivi al traguardo in extremis. Ma non è nemmeno questo.

L’amarezza nasce dal fatto di dover constatare che questa città, la mia città, non si vuole bene per niente. Vive il paradosso di avere da un lato un gruppo di persone pervase da una passione cieca, i “malati” per il Taranto come loro stessi amano definirsi,  e dall’altro una moltitudine di indifferenti, purtroppo la parte più influente a livello politico ed economico. Che piuttosto consegna la città all’Ilva solo per avere un magro indotto economico e la lascia inquinare senza pietà, o all’Eni o alla Cementir. Che rinuncia a valorizzare le ricchezze di un territorio che madre natura ha dotato di particolarità che non esistono in altri posti, anzi le distrugge. Il discorso è sempre lo stesso: c’è chi si è inventato il Salento, quando a Taranto non dovevamo inventare nulla, avevamo già tutto pronto, dalla storia alla cultura, al mare, al sole, alle cozze pregiatissime.

La salvezza del calcio a Taranto è stato un affare di pochi. Se n’è occupato con tenacia e pazienza Emanuele Papalia  e se ne sono occupati con straordinaria passione quelli della Fondazione Taras con un impiego di tempo e di energie, anche e soprattutto emotive, non da poco. In questi due mesi più volte mi sono sentito dire al telefono con voce squillante dopo un incontro con un imprenditore: “è quasi fatta!” per poi il giorno dopo dover ascoltare la terribile frase “è saltato tutto!” con non meglio precisate motivazioni e una voce quasi rotta dal pianto.

Anche ieri è andata così. Una salita cominciata nella prima mattinata quando tutto sembrava essere naufragato, oramai definitivamente, e una folle corsa contro il tempo di tre di quei malati verso Roma a consegnare la documentazione entro i termini prestabiliti.

Gli altri attori della comunità tarantina? Non pervenuti. Il sindaco ha delegato un assessore e un ex consigliere, senza far pesare in alcun modo il suo ruolo istituzionale nella vicenda anzi facendo da spauracchio per quegli imprenditori forestieri che si avvicinavano al Taranto chiedendo in cambio progetti più o meno fattibili sul territorio. Il sindaco di Foggia, a quanto mi raccontano, è andato lui stesso a Roma a consegnare la documentazione e incontrare Abete. Per il Taranto ci hanno dovuto pensare quelli della Fondazione.

Gli imprenditori? Non ne parliamo. Tranne pochi volenterosi per il resto abbiamo dovuto sorbirci dietrofront ripetuti e recidivi da parte di chi ha rischiato, a questo punto sospetto quasi con dolo, di far saltare il banco, e poi tentennamenti, promesse a parole senza fatti a seguire e anche, da parte di molti, un’indifferenza totale nemmeno così celata.

Talmente inerte la classe imprenditoriale tarantina che ci siamo dovuti rivolgere a personaggi, non meglio identificati, di altre città: i romani, gli spagnoli, i napoletani, i milanesi. E abbiamo pure dovuto sentirci in colpa quando questi non meglio identificati imprenditori hanno dichiarato che facevano un passo indietro perché erano uscite troppe indiscrezioni sul loro conto o accostamenti a uomini di calcio ben noti a Taranto.

Non posso non pensare che in una città che volesse bene a se stessa, gli imprenditori si sarebbero riuniti, chiamati a raccolta dalle istituzioni, e avrebbero estromesso in qualche modo D’Addario consentendo al Taranto di andare in B. Ma se questo è pretendere troppo, quantomeno in una città che volesse bene a se stessa la pratica serie D sarebbe stata archiviata da settimane e oggi già avremmo un’ossatura di squadra, un mister, un ritiro, un direttore sportivo. E non venitemi a parlare di crisi. Se città più piccole del Sud come Ischia, Matera, Bisceglie, Sarno, Torre del Greco riescono a fare la D senza problemi non capisco perché per noi debba essere un traguardo dell’ultimo minuto.

Alla fine la storia è sempre la stessa. Taranto è amata alla follia da quei pochi che rispondono al nome di Gianluca Sostegno, Claudio Andriani, Ciro Chirico, AF, Rbg, Giannissimo e da tutti quei pazzi che scrivono sui guestbook standoci ore e ore in attesa di una buona notizia o girano l’Italia per vedere la propria squadra del cuore anche quando va male. Per gli altri non conta nulla.

Per questo l’amarezza è tanta. Quest’anno è uno spartiacque importante nella storia della città. Con una coincidenza straordinaria, peraltro nell’anno dei Maya, alla crisi del calcio si è aggiunta la svolta dell’Ilva. Se vogliamo davvero bene alla città dobbiamo cambiarla ora, in tutti i sensi. Abbiamo un’occasione unica. Ma non lasciate come al solito a noi malati il compito di tirare la carretta. Taranto non è un nostro affare privato. Perché Taranto appartiene a tutti noi. E tutti abbiamo il dovere di proteggerla e portarla più in alto che si può, ciascuno con i suoi mezzi.

Taranto dimmi una volta per tutte che non vuoi morire, dimmi che finalmente vuoi rialzare la testa, combattere e far vedere a tutti quanto vali.

Gianluca Semeraro alias Kuldelski

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