Il Taranto sembra tornato indietro di 19 anni. Sarà perché avevamo la certezza di riconquistare la serie B persa proprio 19 anni fa nel 1993. Sarà perché come allora la città che conta sembra sorda alla necessità di difendere la categoria preparandosi, sotto sotto, a ripartire dalla D. Sarà perché quest’anno è venuto improvvisamente a mancare il presidente di quel Taranto, Donato Carelli, uno dei migliori presidenti della storia che ho condiviso col il magico mondo rossoblu, cioè da Fico in poi.
Già Carelli. Fu lasciato solo. La città preferì abbandonare la società e perdere la C/1. Tanto poi la colpa l’avremmo data a Matarrese. Il giorno dopo l’ufficializzazione della nostra cancellazione, era già pronta la nuova società che ripartiva dalla D. Un progetto ambizioso dietro il quale, se non ricordo male, c’era anche la consulenza esterna di Pieroni (già Pieroni!), che portò a Taranto l’allenatore Giannattasio. Poi il rapporto con Pieroni venne meno, Giannattasio fu esonerato e noi terminammo al quarto posto. Un quarto posto totalmente inutile.
Personaggi del mondo del calcio di cui poi si sono perse le tracce, tali Manta e Castiello, ci promisero il ripescaggio in C/2, cosa che non avvenne. Il Taranto restò in D con diversi soci in meno (erano rimasti di fatto Ruta, Bitetti e Comegna) e conVittorio Galigani (già Galigani!) che portò Ivo Jaconi e con pochi innesti riuscì a vincere il campionato.
Peccato che quella società arrivò in C/2 già decotta. Il primo anno non facemmo i playout solo per un fortuito pareggio tra Bisceglie e Astrea negli ultimi minuti dell’ultima giornata. L’anno dopo cominciammo in condizioni disastrose: senza una squadra degna di questo nome, senza divise da gioco (giocavamo con un’orrenda casacca azzurrina), senza dignità. Fu l’anno dell’incursione di Cito, della negazione dello stadio, della celeberrima frase “A Castellaneta v’attocche”, ma soprattutto della retrocessione diretta in D.
Il Taranto ripartì da Papalia: ritrovò il suggestivo nome di Arsenal Taranto e soprattutto mise insieme un gruppo di imprenditori sufficientemente solido per dare continuità al progetto che troppe volte era stato di corto respiro. Però Papalia non aveva fatto i conti con il campo. Il Taranto era la squadra più forte quell’anno. Il Campobasso, che arrivò primo, sapeva però come vincere le partite. Certo la società, in nome dell’equilibrio di bilancio, a campionato in corso rifiutò di fare un sacrificio economico per prendere un bomber. Forse per questo i tifosi chiesero a gran voce a Papalia e soci di farsi da parte. E arrivò Pieroni (già Pieroni!).
Fummo ripescati, vincemmo la C/2 senza passare dai playoff, arrivammo alla finale col Catania. Per poi ri-sprofondare nel baratro.
Questo ha significato ripartire dalla D: sette lunghi anni di agonia e capovolgimenti drammatici. Di umiliazioni sportive e non solo. Il Taranto non si abbandona, siamo d’accordo ma personalmente faccio fatica a non sentirmi umiliato quando il mio Taranto divide il torneo con il Lagonegro o il Ferrandina. E se un imprenditore sceglie di rinunciare alla C per prenderci in D allora è un imprenditore di quarta serie e nient’altro. Certo, economicamente ripartire dalla D è più conveniente. Ma il Taranto deve essere oltre ogni ragionamento economico, perché è lo specchio della città. Salvando la categoria diamo alla città una vetrina importante.
Abbiamo l’occasione di non ripetere l’errore del 1993 che ci è costata la B ma soprattutto generazioni intere di tifosi. E all’epoca non c’era Sky. Oggi Sky ti fa sentire persino l’odore della maglietta puzzolente dei calciatori con i suoi mezzi tecnologici. Mi spiegate perché un ragazzino di 10-11 anni dovrebbe andarsi a vedere Taranto-Oppido Lucano quando può comodamente da casa “abbonarsi” alla Juve, all’Inter o al Milan?
Salviamo la categoria: facciamolo con serietà. D’Addario fa richieste esose? Mettiamolo all’angolo. Ma con i fatti. Il sindaco ha mostrato buona volontà. Florido un inutile scetticismo. Certa stampa suggerisce, oggi come allora, in modo nemmeno tanto velato, che è meglio ripartire dalla D e il sospetto che, oggi come allora, ci siano già progetti pronti è evidente. Oggi come nel 1993 Gianni Sebastio è una delle poche voci del giornalismo sportivo locale che ha capito che la categoria va salvata.
Vincere la D è tutt’altro che facile, soprattutto alle nostre latitudini. Ce lo dice la storia. Quella recente. Quella dal 1993 in poi.
Poi è logico che il Taranto lo seguiremo in ogni categoria. Ma credetemi: ero allo stadio quando ci fu la prima vittoria in serie D contro il Nardò per 3 a 0: quella vittoria, pur così netta e così rotonda, ebbe un sapore più amaro che dolce.
Gianluca Semeraro alias Kuldelski

