A una settimana dalla inaspettata e dolorosa eliminazione dai play off il popolo rossoblù si interroga sul futuro del calcio di casa nostra.
Tutti sapevano del legame importantissimo tra sopravvivenza societaria e promozione in cadetteria, e tutti immaginavano un periodo difficile in caso di insuccesso negli spareggi promozione.
La domanda che in questi giorni si ripete il tifoso del Taranto è la seguente: conviene più salvare la categoria, affrontando i debiti societari, o al contrario conviene ricostruire tutto ripartendo dai dilettanti?
Non esistendo vie di mezzo, la scelta è obbligata: conservare o rifondare.
La prima strada è difficile, ma non impossibile. Conservare la Prima Divisione (o C1 a seconda dei gusti) sarebbe importantissimo, perché si darebbe continuità ad una storia che negli ultimi 12 anni ci ha visto protagonisti di questo campionato, eccezion fatta per un biennio passato in C2 e vissuto tra alti e bassi.
La Prima divisione ci permetterebbe di godere ancora di scontri sportivi con piazze dal passato glorioso, e di conservare quella dignità sportiva che faticosamente tutti insieme si è provato a ricostruire sin dalla difficile estate del 2004 quando l’ennesimo fallimento stava per compromettere il professionismo in riva ai due mari.
Per salvare la C1 servono soldi, tanti. L’esposizione debitoria della AS Taranto si aggirerebbe (condizionale d’obbligo, visto che le carte non sono state ancora rese pubbliche) sui 4 milioni e mezzo di euro, una cifra da abbattere con l’innesto di denaro fresco in società che permetta la stessa di pagare i debiti e ripartire. La voce debitoria più importante è quella costituita dai debiti per stipendi e contributi nei confronti di giocatori ed Erario.
Riuscire a pagare ciò che si deve ai giocatori più importanti e soprattutto con più mercato significherebbe conservare un patrimonio importante da trasformare in denaro fresco nel prossimo mercato estivo.
Si affronterebbe una stagione di transizione, magari puntando finalmente di gente giovane, forte e motivata, ma si riuscirebbe a non mortificare ulteriormente una piazza che troppo spesso va incontro a periodi difficili ed estati sempre roventi.
C’è poi in città l’altro “partito di pensiero”, quello che vorrebbe ricostruire tutto da zero facendo ripartire per l’ennesima volta il glorioso delfino rossoblù dal mondo dei dilettanti.
La costituzione di una nuova società che riparte dalla serie D permetterebbe senza dubbio un esborso di denaro minore, nell’immediato, perché si bypasserebbe il problema del ripianamento dei debiti.
Le variabili che non sono prese in considerazione da questa ipotesi sono tre, tutte e tre importantissime.
La prima variabile: non c’è certezza di tornare immediatamente in Legapro e quindi di vincere senza problemi la serie D. I dilettanti sono un campionato assolutamente imprevedibile dove sovente rischi di perdere anche con piazze calcistiche sconosciute ai più; a Taranto, avendoci convissuto per anni nei campionati tra il 1993 ed il 2000 dovremmo saperlo bene. L’esempio poi del neonato e milionario Messina di quest’anno è calzante; i peloritani hanno speso fior di quattrini, hanno acquistato fior di giocatori, e purtroppo (per loro) hanno mancato la promozione. A fronte quindi di notevoli esborsi di denaro non c’è certezza di promozione.
La seconda variabile: con una ripartenza dai dilettanti anche lo zoccolo duro della tifoseria, che oggi si basa su quelle 4-5000 presenze domenicali allo Iacovone, perderebbe pezzi numericamente importantissimi.
La domanda nasce spontanea: potrebbe una nuova società contare economicamente sull’apporto di 1500-2000 pazzi sostenitori? La risposta negativa è scontata.
La terza variabile: L’entusiasmo. Si disperderebbe in un colpo solo quell’entusiasmo creatosi naturalmente nell’ultimo anno e mezzo di calcio rossoblù che ha comunque avvicinato tanti nuovi tifosi, soprattutto nelle nuove generazioni, o riavvicinato altri tifosi che nel corso degli anni si erano persi o non avevano la possibilità di gustarsi il Taranto; ogni riferimento agli amici fuorisede non è casuale.
E allora conviene conservare o rifondare? Personalmente auspico una conservazione della categoria, con la speranza che tutti finalmente capiscano che il calcio a queste latitudini, se vuole avere davvero un futuro certo e privo di rischi, magari vincente, può e deve basarsi soprattutto su giocatori giovani e vogliosi di emergere e su esborsi di denaro limitati.
Resta infine il rimpianto per quel che poteva essere e non è stato, soprattutto vedendo la finale di andata tra Pro Vercelli e Carpi che hanno espresso il nulla cosmico.
Lo 0-0 dei nostri avversari in finale dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno di dirlo, che il Taranto era una squadra nettamente superiore a tutte, pur con i limiti da tutti conosciuti.
Ma si sa, siamo tarantini, dunque destinati a soffrire, e a porci per l’ennesima volta nelle condizioni di vivere ancora una estate torrida in salsa rossoblù.

