di UGM
Ci sono momenti in cui non riesci a dire bene quello che vorresti.
Ci sono poi volte che non ti riesce assolutamente di comunicare nulla.
Ci sono giorni in cui vivi una densità pazzesca di emozioni e avvenimenti, episodi che ti prosciugano l’anima.
E forse proprio per questo non riesci ad esprimerti, e a proferire parola.
Non sai perché avverti questa sensazione, ma il dato di fatto più inquietante è che non riesci a collegare le idee, e a farne venire fuori un filo conduttore.
Non riesci a trovare un’idea, o una soluzione narrativa utile a spiegare anche al semplice passante, la cosa assurda che ti è successa.
Capita a volte di vivere giornate senza fiato.
Underwater, le chiamo io.
Le giornate underwater sono quelle giornate in cui vivi intensi momenti con la stessa sensazione che si prova quando sei in piscina, o al mare, e ti impegni in una nuotata simil-agonistica.
Hai il viso sottacqua, e all’improvviso senti che l’ossigeno inzia a mancare progressivamente in tutto il corpo, in maniera quasi tagliente fino nelle gambe, arrivando addirittura alla punta delle dita dei piedi.
Allora esci il volto dall’acqua prendi fiato.
Poi il ciclo si ripete.
Così con mille bracciate fino all’arrivo.
E così in quelle giornate, piene, dense, vissute come sotto un bombardamento.
Gli eventi ti svuotano di tutto, anche delle tue idee, e hai la stessa vitalità di una conrice vuota.
Bene, io da lunedi provo questa sensazione.
Come vivere sotto bombardamento, come sentirsi senza forze.
Carelli, Pieroni, i biglietti, il fallimento, Sarni, Esposito, Bonucci, Daddario, Secondo, la Provercelli, Braghin, e poi, ancora altre emozioni, un attentato….un terremoto!
Poi all’imporvviso in fondo ad una settimana così prendi il biglietto per entrare in uno stadio (???), con la minaccia di una doccia naturale a causa delle previsioni del tempo più pessimistiche dell’ultimo mese.
Ti capita di vedere una partita in un clima surreale.
Gomito a gomito con il tifoso avversario, nel timore che possa scoppiare da un momento all’altro un ecatombe sugli spalti.
Invece ti accorgi che sei in Piemonte, e addirittura ti puoi permettere di sfogarti vis-a-vì con un calciatore avversario senza subire nemmeno i civili improperi del tifo di casa.
Vedi di tutto, vivi di tutto.
Gol subiti, pali, gol annullati, rigori sbagliati, gol subito al 94 esimo (angòre!), punzioni al 95esimo su strazzata di reni del portiere avversario.
Finisce 2-1
Eppure esci dallo stadio con un sìbilo nel cervello.
Ecco, non hai tante parole da dire, e non riesci a raccontare nel dettaglio le emozioni.
Tutto quello che ti resta in mente è la condizione di “underwater” vissuta.
In tutti i sensi.
C’è rabbia perché ancora una volta non ti capaciti di aver ricevuto, proprio sul finale, il pacco ad orologeria che sta finendo i suoi secondi.
Ma la rabbia viene dominata da quello che si è visto: un gruppo che ha un passo avanti rispetto l’avversario.
Un gruppo che non chiede quanto forte sia l’avversario, ma solo a che ora inzi la partita (liberamente adattato da un proverbio spartano).
Un gruppo di guerrieri, che combatte fino alla fine, infischiandosene del risultato minimo.
Io quest anno ho questo conforto che mi aiuta a vincere la delusione.
Perché ogni battaglia steccata per caso, porta poi ad una reazione di rabbia gigantesca e degna del nobile nome delle nostre origini.
706 a.c.
Poi quel sìbilo sordo che sussurra nell’orecchio, riporta alla mente altre giornate underwater.
Lanciano, Crotone, Melfi, e a parti invertite anche Avellino e Roma.
Gli insegnamenti ricevuti da anni di delusioni: c’è un vantaggio da poter sfruttare.
La migliore posizione di classifica.
Lo Iacovone domenica sarà simile ad un reattore nucleare.
Non so e non oso dire se andremo o meno in finale.
Io me lo auguro.
Ma so con certezza che domenica verrà scritta la storia.
Vivremo una giornata di fuoco.
Anzi no.
Una gironata underwater.
Buona fortuna Taranto.
Fino alla fine Ragazzi. Fino alla fine.

