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Le Punture di Romanzini | Sconfitta annunciata

Di Alessandro La Tanza (alias Romanzini)

Sabato sera ad Andria il Taranto ha preso l’ennesimo schiaffo di una stagione disgraziata. La partita contro un avversario organizzato ma ampiamente alla portata dei rossoblù è stata persa soprattutto per le mancanze di un’area tecnica inesperta. Assurdo prendere gol all’inizio dei minuti di recupero, a tempo scaduto, quando il buon senso avrebbe consigliato a chiunque in possesso di due sostituzioni da fare, di effettuarle e spezzare gli attacchi di un’Andria che provava a segnare, e stazionava stabilmente nella metà campo ionica da almeno una buona mezzora nella ripresa.

Quello di Andria è stato l’ennesimo punto gettato al vento per l’assoluta mancanza in panca di un tecnico capace di leggere la partita e ricavarne il massimo dalla stessa. Abbiamo visto per l’ennesima volta uno schema nuovo, il 3-5-2, discontinuo rispetto al 4-2-3-1 visto sino al sabato precedente, mossa incomprensibile se solo pensiamo alla confusione tattica nella testa dei giocatori e soprattutto al numero esiguo di centrocampisti a disposizione, tre, di cui uno (forse il migliore) addirittura under. L’involuzione tattica ad Andria è stata evidentissima, e a molti è sembrato di essere tornati indietro di quattro mesi, alla gestione Papagni, con il Taranto piazzato in campo con ben cinque uomini dietro, con il centrocampo costantemente consegnato agli avversari e con l’attacco costantemente isolato e non servito. Gli esterni di ruolo, De Giorgi e Som, hanno solo presidiato le zone difensive di competenza, senza mai lasciare le loro posizioni, con la mediana abbandonata nelle maglie del vero centrocampo a cinque degli andriesi, bravi a sfruttare le corsie esterne grazie a uomini predisposti ad attaccare come Tito a sinistra, e grazie a schemi di gioco che si sono ripetuti con costanza durante tutta la partita. L’Andria dunque ha sempre saputo cosa fare in campo, anche quando è andata sotto grazie ad un gol capolavoro di Viola lanciato splendidamente da un ottimo Guadalupi, migliore in campo rossoblù.

Il Taranto invece si è solo difeso ad oltranza, tolte le occasioni del gol di Viola, di un tiro senza pretese dello stesso Viola e di un tiraccio in curva di Som. Evidente, nella gara di Andria, anche l’immagine di una squadra fisicamente imballata, forse per carichi di lavoro eccessivi effettuati di recente; l’uscita di Som ad inizio secondo tempo, l’assenza di capacità di ripartenza nella intera ripresa, e gli acciacchi muscolari che hanno privato il Taranto di gente come Stendardo, Sampietro e Nigro ne sono testimonianza chiara.

A questo punto del campionato, dopo l’ennesima sconfitta mortificante, una sterzata decisa è d’obbligo, per riportare serenità e fiducia nella squadra, per dotarla di un gioco che sappia produrre tiri, occasioni e gol, e che ridoni a tutto l’ambiente avvelenato da questi quattro mesi di nulla un briciolo di fiducia nel prossimo futuro. La rosa a disposizione del mister che verrà non è di livello qualitativamente alto, ma certamente sufficiente a raggiungere l’obiettivo stagionale della salvezza, purchè si riesca a eliminare i conflitti nello spogliatoio, si riesca a recuperare elementi oggi fuori rosa senza un perchè (ma comunque a libro paga) e si elimini la mancanza di una idea di gioco che penalizza chiunque scenda in campo. La presenza in panchina di un allenatore che sia tale, che sappia lavorare durante la settimana in funzione dell’avversario domenicale, che sappia studiare le mosse giuste per vincere la partita, e soprattutto che sappia guidare dalla panchina la sua squadra gridando e incitandola durante tutti i 95 minuti di gioco, è indispensabile se davvero si vuol vedere un Taranto differente.

Il tempo degli esperimenti è davvero finito, e a 14 gare dal termine della stagione tutti abbiamo il dovere di aiutare questo caro vecchio Taranto ad uscire dal tunnel buio in cui si è cacciato. Nel trentanovesimo anniversario della scomparsa del caro ed indimenticato Erasmo Iacovone fa specie infine vedere come quella mitica maglietta numero nove indossata da tanta gente con dignità nella storia del pallone nostrano non sia stata onorata a dovere nel corso di questa stagione. Le colpe sono di tutti, non solo di chi indossa quella maglia, ma il dovere di tutti, dal protagonista ai compagni passando per l’area tecnica sino all’ultimo degli addetti ai lavori è lavorare sodo e sudare tanto, perchè quella maglia, quel vessillo, possa tornare ad essere quello che è sempre stato, il simbolo splendido e la rappresentazione di un giocatore, Iaco appunto, che stava riuscendo con la sua umiltà ma anche con la sua grandissima determinazione, a coronare il sogno di una intera città.


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