Il contributo di oggi ci arriva in dono da uno scrittore, nonchè tarantino di specchiata fede e di provata esperienza in trasferte: è il papà di Luis Cristaldi, l’eroe dei due mari, talentuoso attaccante brasiliano, il più forte giocatore che abbia mai giocato nel Taranto; ma soprattutto è un tarantino che ama a tal punto la sua terra da voler squarciare il muro dell’omertà e della connivenza, scrivendo un libro sul caso ILVA, sempre più dimenticato dal potere centrale, ma così ben evidente nelle ferite che continuano ad aprirsi nei nostri cuori.
Se in questo momento siete confusi e state googlando chi sia Cristaldi, significa che nella vostra libreria manca uno dei libri imperdibili che riguardano il Taranto; vuol dire che forse non conoscete Giuliano Pavone e il suo nuovo libro Venditori di fumo; vuol dire che, leggendo tutto d’un fiato questo piccolo racconto, potete avere più di un motivo per aggiungere le sue opere alla vostra libreria.
Non che fossimo in molti ad andare in trasferta. Anzi. Trasferte al Nord erano, spesso a più di mille chilometri da Taranto. E poi, all’inizio degli anni novanta, la B era la norma, quasi una stanca consuetudine, mica una chimera come adesso. La stessa tifoseria che negli anni successivi avrebbe marciato su campi assurdi di terza, quarta e quinta serie con centinaia, a volte migliaia di persone, preferiva allora stringersi attorno alla squadra soprattutto fra le mura di casa, piuttosto che fare turismo negli altri stadi, spesso prestigiosi, del torneo cadetto.
Adunate oceaniche sì, ne ricordo. A Bologna per esempio, storica seconda patria di tarantini perlopiù sfaccendati: in centinaia in curva San Luca a dannarsi per un 1-1 annullato a Turrini, a jastemare per un 3-0 targato Detari. Per non parlare dello spareggio per evitare la C1, ad Ascoli contro la Casertana nel ‘92. Roba da brividi. Il Del Duca colorato di rosso e di blu non sfigurava troppo al ricordo della curva B del San Paolo, anno di grazia 1987, in un altro esaltante playout ante litteram. Nel catino napoletano fresco di scudetto, il Taranto di Maiellaro e De Vitis conservò la B al termine di un minitorneo contro Lazio e Campobasso: una vera pietra miliare del calcio e del tifo jonico.
Taranto – Lazio (Spareggio per la permanenza in B – 1986/87)
Al termine di un’azione insistita, De Vitis strazza la rete,
fissando il punteggio definitivo sull’ 1-0
Però, tornando ai primi novanta, ricordo soprattutto tagliandi d’ingresso numero 0005, settori ospiti sterminati e vuoti, e la sensazione di migliaia di occhi, i tifosi di casa, che guardano proprio te.
Da Taranto ne arrivavano pochi, pochissimi. Due, a volte, o magari in cinque. Li incontravi in tarda mattinata che puzzavano ancora di treno, pallidi e segnati dal viaggio; sembravano più tarantini degli altri. Si aggiravano diffidenti, guardandosi intorno con occhi da topo, in testa un berretto di lana blu. Si sentivano fuori casa fino in fondo.
La maggior parte veniva invece dal Nord, i fuori sede. Gruppi di ragazzi come noi, in buona parte universitari, aria da scampagnata più che da ultrà. Però tosti e coinvolti, mica si stava lì a cuor leggero: mettevamo sul piatto orgoglio, passione e qualche spartano striscione. Su uno – un lenzuolo bianco, spray rosso e blu – avevamo scritto “Siamo Meridionali”: omaggio a Mimmo Cavallo, cantautore un tempo noto; un pernacchio in faccia alle tifoserie nordiche, possedute dai fremiti del nascente leghismo. Poi gente più grande, quaranta-cinquantenni che vivevano da secoli lontano da Taranto. Cologno Monzese, Cinisello Balsamo, Settimo Torinese. Non mettevano piede nello “Iacovone” da quando si chiamava “Salinella” e Iacovone ci giocava ancora dentro. Avevano l’aria un po’ vaga, guardavano lontano, e spesso fumavano in silenzio.
Ci incontravamo in stazione, o davanti allo stadio, zona ospiti, dove in piazzali desolati o vialetti grigi, ci aspettavano drappelli di poliziotti o nessuno.
Finiva così che ci conoscevamo tutti. Di vista, però. Incontrarsi, riconoscersi simili, fare gruppo in terra ostile era un sottile piacere, ma l’estetica del tifoso non prevedeva grosse smancerie, pacche sulle spalle né tanto meno bacetti di cortesia. Poche parole, e in dialetto. Ci si incrociava, ci si riconosceva dalla faccia o dalla sciarpa, e si faceva un reciproco cenno di intesa col mento. Erano trasferte, cazzo, non balli delle debuttanti. Si parlava, se proprio si doveva, più tardi, dopo brevi giri di ricognizione, quando iniziavano a diffondersi scarne notizie su botteghini, cancelli, biglietti omaggio dalla società.
Il più delle volte si era troppo pochi per pensare a iniziative collettive, come cori o addirittura coreografie. Così, una volta entrati in curva, ci si faceva i fatti propri, ogni gruppetto per sé e tutti a guardare il Taranto, e a gridare quando si doveva. In campo scendeva gente come Brunetti, Muro, Soncin. Erano tempi grami e romantici, in cui lo zero a zero strappato con i denti significava festa grande. La vittoria esterna aveva la stessa frequenza statistica di un’aurora boreale alla fine della A14. In anni di trasferte me ne toccò in sorte solo una: Brescia-Taranto 0-1, gol di Dell’Anno e un giovane Spagnulo che parò un rigore a capitan Bonometti.
Lui stava da solo, non veniva in compagnia come gli altri. Inizialmente non lo notammo. Poi lo notammo, ma ce ne fregammo. Alla fine suscitò la nostra curiosità. Sciarpa rossoblù d’ordinanza, giubbotto jeans o giaccone nero a seconda della stagione, occhialini da sole tondi. Appariva a un certo punto con un piccolo striscione (di cui non ricordo il contenuto), lo issava, guardava la partita in silenzio, ritirava lo striscione, andava via. Così per diverse volte: Brescia, Reggio Emilia, Verona, Pisa. Dai e dai ci scambiammo due parole. Successe al “Brianteo” di Monza, in un livido pomeriggio invernale. Prima frasi neutre, quasi di circostanza. Aveva un accento del Nord, gentile, e parlava a bassa voce. Appena la confidenza sembrò sufficiente, gli chiedemmo da dove venisse.
Il “Fantasma del Brianteo” ritratto dal disegno di Alessandro Guido
«Milano».
«Ci stai da tanto?».
«Ci sono nato».
«E che ci fai qua?».
«Mio padre è di Taranto».
«Ah».
Ci furono una pausa, qualche sopracciglio aggrottato e poi un’altra domanda:
«Senti… ma tu a Taranto ci sei mai stato?».
«No».
Seguì un silenzio eloquente. Tutti guardavano il campo ancora vuoto, apparentemente distratti, ma era chiaro che stavamo pensando a lui. Poi qualcuno sintetizzò in un pensiero compiuto il disappunto generale, e gli chiese con un filo di incertezza:
«Scusa, tu potresti andare a San Siro ogni domenica, tifare per il Milan o per l’Inter: perché vai appresso al Taranto per i campi di B?». Solo l’amore per i propri colori gli impedì di aggiungere ad alta voce «Chi te lo fa fare?», ma era proprio quello che tutti avevamo in mente: noi, a quel dolce tormento eravamo condannati dall’anagrafe, ma lui? Come faceva a preferire Pino Lorenzo a Van Basten?
«Non lo so, a me è sempre piaciuto il Taranto. Di Milan e Inter non me ne frega niente, non mi danno gusto».
Lo disse con calma, senza slanci. Non enfatizzò la passione per il Taranto né il disinteresse per le squadre milanesi. Non si stava atteggiando, non voleva stupirci. Parlò come uno che stava semplicemente constatando la realtà.
La sua risposta, ma soprattutto il tono con lui la pronunciò, spense qualsiasi altra curiosità. Ci limitammo a rimuginare, ognuno per conto proprio. Una passione trasmessa di padre in figlio, e alimentata col nulla. Questo ragazzo divideva il freddo con noi, su una scabra gradinata dello stadio di Monza, ma non aveva mai visto il Ponte Girevole.
Le squadre intanto entravano in campo, e noi per un attimo guardammo il Taranto con altri occhi: quegli undici cadaveri che ci ostinavamo a maledire con affetto inseguendoli per mezza Italia, non interessavano solo a noi. C’era qualcuno a cui piacevano così, spontaneamente, insensatamente. Un milanese che staccava il rosso e il blu dal nero e li metteva insieme. Eravamo perplessi, ma in fondo contenti: ci sentivamo importanti, e un po’ meno soli.
Quando un giorno ci salutò, non sapevamo che non l’avremmo più rivisto. Certe stagioni sembrano eterne, e invece improvvisamente svaniscono con prosaica disinvoltura. Nel giro di pochi mesi retrocessione e radiazione dissolsero una squadra e i sogni di una città, e resero i tarantini di stanza al Nord orfani delle trasferte.
Seguirono categorie professionistiche e da dilettanti, promozioni e retrocessioni, squalifiche del campo, ripescaggi, punti di penalizzazione, cambi di allenatore, di stadio, di presidente, di ragione sociale, fallimenti, arresti, firme false, iscrizioni in extremis, doping, collette per mandare la squadra in trasferta, partite giocate dai ragazzini. Splendori e miserie (pochissimi i primi). La passione dei tifosi non si spense mai, anzi, senza una spiegazione plausibile, aumentò a dismisura. Le catastrofi compattano l’ambiente: più avanti lo avrebbero sperimentato anche squadre più illustri come Fiorentina e Napoli. La B resta ancora un sogno. Sembrava dovesse realizzarsi nel 2002, ma poi svanì in una strana finale playoff.
Lui, il milanese, non so come si chiamasse, ed è quasi logico che sia così. A volte ho il sospetto che non sia mai esistito. Eppure vaga ancora nella mia memoria come un fantasma. Il fantasma del Taranto in B, e di un pezzo della nostra vita. Chissà, un giorno…

