Ieri il rischio di uscire dai playoff era concreto. Bastava un pareggio e le concomitanti vittorie di Benevento e Sorrento. Invece il Taranto ha vinto e oggi sul campo è primo in classifica con un punto in più della Ternana.
Merito dei calciatori che non hanno mollato. Merito di Dionigi che non ha mai abbandonato la tolda di comando della nave attraversando con grande fermezza le asperità più dure. Merito di Angeloni che ha costruito una squadra senza puntare troppo ai grossi nomi (chi conosceva Coly prima che lo prendessimo noi o lo stesso Chiaretti?) rivelando un ottimo fiuto per i calciatori più giovani (vedi Branzani).
E non va negato il merito della società che è in carica (ricordiamolo) per il terzo anno appena e grazie a un’intelligente programmazione ha confermato in blocco il gruppo dello scorso anno. Programmazione che ha portato le giovanili a qualificarsi dopo tanti anni alle fasi finali del torneo.
Poi ci sono i punti di penalizzazione, che ci fanno scivolare al quarto posto e temere per gli stessi playoff. Il primo solo perché abbiamo avuto la sfortuna di incontrare il Benevento. Certo la società è colpevole per non aver fatto ricorso. Ma il punto resta assurdo ugualmente. Ce ne sono poi altri sei per le inadempienze su stipendi e contributi. In questo caso la società è senza ombra di dubbio responsabile. C’è l’attenuante del momento storico di crisi mondiale ma è innegabile la cattiva gestione, sia sul piano della comunicazione sia su un piano più sostanziale della vicenda.
Infine ci siamo noi, i tifosi tarantini, capaci di dividerci su tutto eppure uniti nella passione per i colori rossoblu. Coraggiosi e indomiti ma spesso incapaci di godere veramente. Quasi avessimo paura di farlo. Forse perché nella nostra storia di fregature ne abbiamo prese parecchie. E tante volte quando ci è sembrato di toccare il cielo con un dito siamo stati scaraventati a terra brutalmente. Anche quest’anno è successo. Dopo la trasferta di Carpi pensavamo di avere in mano il campionato. Ma è spuntata la Ternana delle meraviglie e, come se non bastasse, la grana stipendi.
Noi però siamo qua. Siamo falliti dieci volte ma restiamo a galla. Questa stagione, come tutte le altre, è anche merito nostro. Della nostra passione che non si spegne mai, che ci fa svegliare alle sei del mattino di domenica per andare in trasferta. Che ci fa piangere come bambini per una finale playoff sfuggita all’ultimo minuto. Che ci fa litigare con veemenza sui guest book mandandoci a quel paese più volte tanto poi al primo gol diventiamo di nuovo tutti fratelli. Noi che, senza grossi mezzi economici, raccogliamo più di 11.000 euro a fondo perduto per il Taranto in appena un mese mentre la città che conta o dovrebbe contare non fa nulla. Davvero in una città di 200.000 abitanti non ci sono mille professionisti o imprenditori che possano farsi un abbonamento ‘premium’ a 1.000 euro? Davvero non ci sono cinque, non dico dieci, imprenditori disposti a mettere 50.000 o 100.000 euro a testa sotto forma di sponsorizzazione o altro per evitare la penalizzazione a febbraio? Per non parlare delle istituzioni: il sindaco ha sbandierato ai quattro venti ricchi contributi in arrivo da Eni o Ilva. Contributi mai arrivati. E se davvero – come si sussurra – è stato D’Addario a rifiutarli perché non dirlo pubblicamente?
Il calcio di C costa e in serie B c’è solo qualche entrata in più. Se la città che conta non capisce e non è capace di mobilitarsi nei momenti di difficoltà saremo costretti ad affidarci ogni volta all’imprenditore di turno volenteroso che però inevitabilmente “scoppia” dopo qualche anno o ai mestieranti del calcio che dopo qualche anno lasciano solo macerie. Soluzioni entrambe col fiato corto. Ma se nel primo caso – come capitato con D’Addario – abbiamo quantomeno la certezza di restare fuori da scandali scommesse e porcherie simili, nel secondo caso sarebbero solo effimere illusioni e bruschi risvegli.
Noi intanto restiamo attaccati a un sogno che ormai non pronunciamo nemmeno più per paura che crolli tutto di nuovo. Come in quel febbraio maledetto quando Erasmo Iacovone perse la vita. E lui, che ieri avrebbe compiuto 60 anni, da lassù ci protegge e ieri ha guidato Guazzo verso il gol, proprio come aveva fatto a Reggio Emilia contro il Carpi. Questo è il Taranto, questi siamo noi. E chi non riesce a capirci non sa cosa si perde.
Gianluca Semeraro alias Kuldelski

