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E intanto il tempo se ne va

Taranto rischia di restare senza calcio nell’indifferenza più totale. Tranne i tifosi dei guestbook, in gran parte fuorisede, in città nessuno si è reso conto del pericolo. Soprattutto non se n’è reso conto il sindaco che ha delegato l’ex vicesindaco, che oggi non ha alcun incarico istituzionale né è tra i consiglieri eletti, lavandosene le mani come già troppe volte in passato, forte della sua fresca conferma.

In queste ultime settimane è emerso che Taranto, come città intendo, non rappresenta più un investimento appetibile per nessuno. E questo perché manca a livello istituzionale un progetto, una visione che vada al di là delle procedure, delle burocrazie e dei lunghi e tortuosi iter amministrativi.

Il calcio in questo senso potrebbe essere un mezzo per sviluppare un progetto più ampio che riguardi la città: Spinelli non è a Livorno per caso, gli sceicchi non sono approdati a La Spezia per caso.

Ma nessuno si può avvicinare al porto né pensare di avviare un’attività commerciale o un progetto di riqualificazione del territorio perché qualsiasi ambizione viene frustrata dall’immobilismo di Palazzo di Città, che prima si nascondeva dietro al dissesto, oggi dietro alla correttezza delle procedure. Non va meglio alla Provincia dove si registra il sonno profondo di Florido.

Lo stesso vale per l’utilizzo dello stadio. Il sindaco rifiuta qualsiasi tipo di dialogo su questo fronte, anzi pretende che il prossimo presidente della serie D paghi un canone, magari pari o poco al di sotto di quello che era stato fissato in serie C. E questo a fronte di servizi erogati pari a zero. Mi starebbe bene se il Comune si occupasse con regolarità del manto erboso del campo principale o si fosse occupato del campo B, dotandolo di erba sintetica.

Sono stati invece spesi milioni di euro per uno stadio che resta agibile per metà quando un progetto di più ampio respiro concordato con il presidente di turno avrebbe portato a un risultato migliore spendendo meno. E soprattutto ad avere una squadra in serie B o, male che fosse andata, in C.

Non lamentiamoci poi se a candidarsi alla presidenza del Taranto sono i soliti noti. Se addirittura Blasi detta le condizioni invece di tornare a testa bassa, chiedere scusa alla tifoseria e dimostrare che è in grado di mettere in pratica un progetto sportivo serio e duraturo. Certo poi bisognerebbe capire perché con Blasi non si può parlare di Cittadella dello Sport, mentre con il forestiero Boldoni sì. Ma questo è un altro discorso.

Proteggersi dagli approfittatori va bene ma ormai il deterrente funziona per tutti, onesti e disonesti. A Palermo Zamparini ha realizzato i suoi progetti commerciali e ha portato una squadra che agonizzava in serie C a essere una delle protagoniste della serie A. A Pescara il rilancio è avvenuto con la strategia concordata di istituzioni, banche locali e imprenditori. A Salerno il sindaco De Luca è riuscito a chiamare a raccolta soggetti del calibro di Lotito e Mezzaroma.

A Taranto no. Il rappresentante della Confindustria locale Cesareo dice in tv che gli industriali tarantini non intendono aiutare il Taranto e non una parola di protesta si è levata da Palazzo di Città, non un moto d’indignazione è esploso nei cittadini.

Fatta eccezione per l’ammirevole impegno profuso dalla Fondazione Taras e per i tentativi di Papalia, purtroppo finora inefficaci, tutti gli altri tacciono. Chi parla propone impensabili quanto autodistruttivi progetti di ripartenza con azionariato popolare dalla Prima Categoria illudendosi in questo modo di coinvolgere intorno ai colori rossoblu i giovani. Già i giovani! Quelli che dovrebbero tenere in vita questa passione che al momento è condivisa soprattutto da una fascia d’età tra i 30 e i 50. Persone che tra 10 anni saranno troppo stanche per lottare ancora.

Mi domando il sindaco cosa dirà quando il Taranto non sarà iscritto nemmeno alla serie D. Se si sentirà orgoglioso di essere alla guida di una città che fa fatica a mantenere il basket femminile e la pallanuoto maschile, di una città inquinata e sfruttata dalla grande industria, che non merita collegamenti ferroviari o aerei con il resto d’Italia e che non ha nemmeno un onorevole del capoluogo in Parlamento ed è in minoranza alla Regione rispetto al resto della provincia.

Ma in fondo anche i partiti politici hanno smesso di investire su Taranto. E le candidature dell’ultima tornata amministrativa lo dimostrano in pieno.

Gianluca Semeraro alias Kuldelski

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